Ho visto un disco volante

“Ho visto un disco volante”
“Davvero? Racconta! Com’era?”
“MMmmm, era a forma di uccello, l’ho anche fotografato….vedi??”
“Ma è un uccello!!”
“Esatto, un disco volante a forma d’uccello…”

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Poeti

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Ricordi di atmosfere noir, nello scenario di un fast food di periferia.

Tra insalate mai condite e panini accusati
di essere malsani, ma poi divorati, una bocca mastica,
mastica parole.

Febbre e sentimenti ubriacano il poeta. Parla d’amore, illusioni, maghi e spacciatori.

Vomita i suoi versi nell’aria, già satura di fritto e salsa barbecue.

Al tavolo vicino, un avventore
sta ad ascoltare, gli si inumidiscono gli occhi e poi scende una lacrima:
al bancone stan friggendo anelli di cipolla.

Successivo

Da un po’ di tempo a questa parte ho un nuovo hobby, il “cerca, trova, ed applica”.
Somiglia a una caccia al tesoro: navigo online, trovo una nuova inserzione di lavoro e taaaak, ci applico.
E’ un hobby che ormai coltivo quotidianamente.
Il massimo è quando trovo una di quelle applicazioni lunghe luuuunghe, quelle che sembra non finiscano mai… ma che poi, alla fine, finiscono.
Proprio questo è il bello, che finiscono.

Succede più o meno così: trovo l’inserzione, decido di applicare, clicco su <Applica>.
Inizio compilando la prima pagina, clicco su <Successivo>,
altra pagina, altro <Successivo>
e poi ancora un <Successivo>,
e poi un altro ancora…
e poi un altro…
e poi un…
e poi…
e…

…quando ormai son abituata a vedere quel <Successivo> stampato nell’angolino in basso a destra della mia retina,
…quando ormai il cervello è in trip da <Successivo>,
…quando ormai il <Successivo> ha preso il posto del cervelletto,
…quando ormai…
…ecco che…
non appare più il successivo <Successivo>!

Il cursore è già lì pronto, dove si aspetterebbe di trovarlo,
ma questa volta il <Successivo> da cliccare non c’è.

Attimi di panico: chi sono? Dove sono? Da dove vengo? Dove vado?

Son destabilizzata, la mano, sul mouse, ha un piccolo tremore.
Poi il risveglio e la realizzazione: è la fine.

A questo punto sopraggiunge una sensazione particolare, difficilmente spiegabile, simile a quella che si prova quando si arriva all’ultimo capitolo di un libro di 3000 pagine a cui ormai ci si è affezionati:
senso di vuoto e appagamento, allo stesso tempo.

Con questo turbamento nel cuore, clicco su <Invia applicazione>.
Non me ne rendo conto ma in quel momento sto trattenendo il respiro:
è automatico, involontario, un po’ come quando starnutendo non si può far a meno di chiudere gli occhi.

La schermata diventa tutta bianca, solo pochi millesimi di secondo, che sembrano interi secondi.
Attimi brevi ma pesanti.
La testa rumoreggia:
“…e se ci fosse un Black Out, proprio ora?
E se il computer decidesse di prendersi una pennica?
E se gli elefanti fossero rosa?
E se gli elefanti fossero rosa e con le ali?…”
Pensieri sconnessi….

Auto-refresh della pagina…
Appare la scritta: “your application has been successfully submitted”.
Hai vinto.
Un’altra volta.
Sei imbattibile.
Ora puoi respirare.
Rileggi più volte quel “successfully”, ti riempie d’orgoglio.
Fai lo screen.
Un altro trofeo da aggiungere alla collezione, conservo tutti gli screenshots nella cartella “piccole soddisfazioni della vita”.

Auguri

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E’ un disegno,

l’ho fatto per mia nonna, o meglio, quello che regalerò a lei è una versione modificata: al posto del volto del ragazzo, quello di mia nonna, invece del gatto nero, un cane bianco, e sotto la scritta “Auguri” (compie 92 anni).

Questa è la versione “lascia che venga fuori quel che vien fuori”.

Spesso mi si chiede che cosa vogliano dire i miei disegni. Non lo so. Mai.

So solo che a volte mi sento completamente inadeguata, dovrei contenermi, limitarmi, ma se mi sforzo e mi dò un contegno poi non mi sento appagata. E mi annoio.

E’ dura. Tante energie impiegate per cercare di districare la matassa ma mi appare tutto sempre più confuso.

Fever

Ricordo di questa estate, di un’ellenica vacanza

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Oh Parassita, nonostante tutto devo dirti grazie… senza di te non sarebbe stato lo stesso, questo è sicuro!… mi hai accompagnata per tutta la durata di questa vacanza… e mi tenevi stretta… ci tenevi a farmi sentire la tua presenza…

Ahhh quanto affetto che mi hai dato! … anche quando meno ne avessi avuto di bisogno tu eri lì a ricordarmi che c’eri… solo per me…

Eh si, mi volevi un sacco bene…

Ah, l’amour, l’amour…. ma l’amore spesso è crudele.

Ti faccio ora una confessione pur sapendo che forse avrei dovuto fartela prima… in fondo eravamo così diversi… non avresti capito comunque… le nostre specie erano diverse… come Montecchi e Capuleti… e poi tu eri greco!

La verità è che il tuo amore, così intenso e struggente, non era da me corrisposto…

Forse è stato meglio così… che tu non l’abbia saputo… avrei rischiato di spezzarti il cuore… se un cuore l’avevi.

Marzapane

Batti sul tavolo, con la tua mano, vorresti spaccar tutto. Che rabbia, che furto!

Ormai, lo sai, non solo i notai, persino i fornai son usurai e il pane non lo fanno, no, non lo fanno se fame non hanno… 
e magari poi neanche te ne danno, perbacco!

La rabbia ti invade ma non puoi replicare. In fondo, guarda lì sotto, no, non il tuo cane, guardati là, tu hai le gambe di marzapane! 
Non son buone nè da mangiare, nè a camminare, san solo tremare e incespicare… eppure son quello che ti rimane.

Due protesi rare, fatte solo per chi ha fame e non può assaggiare se vuol da qualche parte andare. 
Scherzo della natura, per farti passare l’arrabbiatura non basterebbe l’agopuntura.

 

Un sogno

Stanotte ho fatto un sogno strano…

Da un po’ di tempo a quella parte stavano accadendo eventi strani in quel di DoveAbitavoInSognoLandia. Non avevo ben chiaro di cosa si trattasse di preciso, qualcosa dal cielo, di ostile, forse c’era lo zampino di Trump, pensavo, cospirazioni governative, pensavo, meglio sgommare lontani, pensavo.

E infatti dì lì all’attimo dopo mi ritrovai dall’altro capo del mondo, in quella che avrebbe dovuto essere la Nuova Zelanda; e difatti lo era: una Nuova Zelanda che somigliava molto alla Corea: case, strade, cibo, gente, parlato, scritte, tutto in stile coreano. Ero dentro ad un film coreano, uno di quei bei pipponi no-sense che tanto piacciono alla mia amica. Conseguentemente a ciò, sentivo di essere anch’io molto no-sense, e la cosa mi piaceva.

In quella Nuova Zelanda Coreanizzata, stavo ospite da mio fratello. Abitavamo in un appartamento il cui contesto residenziale sapeva molto di baraccopoli: il geometra coreano che aveva ideato quel posto doveva esser stato un genio visionario. Buon’anima. Una torre di Pisa di nuclei abitativi, ammassati uno sull’altro; planimetrie intersecantisi vicendevolmente, confini effimeri, cosicché non era inusuale beccare il vicino di casa mentre attraversava il tuo soggiorno che, in fondo, non era soggiorno né tuo né d’altri, ma territorio neutro, di tutti e di nessuno.

Sta di fatto che le cose strane dal cielo che cadevano a DoveAbitavoInSognoLandia, iniziarono a piovere anche dai cieli della NuovaZelandaCorea. Durante il giorno si sentivano delle esplosioni, poco lontano da dove abitavamo, sembrava quasi fosse in corso una guerra missilistica. Tutti ne parlavano, la gente, i telegiornali, i vicini ci tenevano aggiornati quotidianamente, parlavano con enfasi e trasporto, peccato si esprimessero tutti in coreano e noi non capivamo una beata mazza, ma annuivamo lo stesso, per rispetto.

Io e mio fratello discutevamo tra noi. Io sostenevo si trattasse di un evento di origine naturale, tipo meteoriti, lui invece pensava con molta probabilità ad aerei kamikaze.
Con l’ansia di dirimere i nostri dubbi vagavamo per la baraccopoli sospese spiando nella case nella speranza di beccare almeno un TG che desse notizie in inglese, ma il massimo che riuscimmo ad avere fu una trasmissione in coreano sottotitolata in coreano.

Nel frattempo le esplosioni si facevano sempre più vicine e ora riuscivamo a scorgere anche le traiettorie di quegli oggetti nel cielo: scie luminose che, cadendo, fischiavano come fanno i fuochi d’artificio. Sempre più vicine, sempre più rumorose, fino a che, un giorno, giunsero proprio nel nostro quartiere.

Era mattina. Quando ci svegliammo, capimmo c’era qualcosa che non andava: troppo silenzio. Uscimmo in veranda e ci trovammo letteralmente faccia a faccia con il fenomeno. Un occhio meccanico ci stava puntando a 5 metri di distanza. Oltre la balconata del terrazzo, un drone gigante, massiccio, robotico, stava immobile, sospeso nel nulla, e ci fissava. Sullo sfondo, centinaia, migliaia di altri droni simili se ne andavano a spasso per il cielo. Aggeggi alieni? Esperimenti governativi?

Poco importava. Presi dal panico io e mio fratello cominciammo a correre cercando di sfuggire all’inquietudine di quell’occhio indagatore. Su e giù per i tetti della baraccopoli, ci arrampicavamo sulle pareti, scivolavamo fluidi tra muretti e strettoie. Scoprimmo di essere esperti parkourer, capaci di acrobazie impensabili, stile Prince of Persia usavamo le tende a mo’ di liane, lanciandoci da metri d’altezza, atterrando sempre integri e con molto stile.

Il panico lasciò spazio al divertimento, ci scordammo dei droni e del perchè stessimo correndo, continuammo a procedere a quel modo fino a che ci dimenticammo di tutto e ci svegliammo nell’abitacolo del nostro camper, in montagna, nella neve. Era solo un sogno….e l’inizio di un altro sogno, ancor più assurdo del primo.

 

Gentili cornacchie…

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Gentili cornacchie che porgono il becco al primo passaggio
ricevono in dono serpenti fumanti di argento vestiti
che recano in gola l’amaro veleno.

Bastoni perduti e spade taglienti nel golgo di teste
che riempion la piazza nel mezzo di una battuta di caccia.

Gentili cornacchie ramponi sui tetti che vedon la folla
di unto vestita cercar tutt’ intorno bastoni perduti e spade taglienti.

Serpenti d’argento di coda sonante, bifolchi per strada si apron le danze,
cappelli di teste lasciati alla polvere, bianchi di gesso
ricordan pastrani.

Eppur tutt’intorno si affrettan le gambe, le mani veloci ricevon regali,
serpenti d’argento di liscio velluto sovvengono lenti con far risoluto.

Le spire si stringon, intorno alla piazza, le teste si chinan, le mani si alzan.

Gentili cornacchie fan eco alla folla, grondante di rosso, sprizzante di gioia.

La mite presenza di vecchie cornacchie si scaglia irrequieta nell’umile canto
che inebria di fango i gesti del branco.

Si scartan i doni, si chiudon le danze, le viscide mani si serrano blande.

Neppur un sospiro, un lento respiro ricopre la piazza,
un caldo tappeto di schiene bruciate per sempre marchiate
del segno indelebile di chi le ha accerchiate.

Squame di luce ritornan sovrane.
Lasciati i bastoni, smorzate le spade, nessuno più freme, nessuno più tace.

Viaggiare

Stamattina mi sono svegliata con un’estrema voglia di viaggiare, memore di quella sensazione tanto unica e tanto rara che solo il viaggio ti può donare.

Il rimanere sospeso immobile mentre tutto intorno scorre.

Dimenticarsi del corpo e, come anima leggera, raggiungere una dimensione più intima, lasciandosi cullare dalla bellezza e travolgere dallo stupore della scoperta.