In macchina, ricordavo di quella sera

Vi conobbi e subito vi riconobbi.
Portavate la fiamma della passione negli occhi, alimentata da pulsioni, implicite ed evidenti, condivise tra tutti i membri del vostro gruppo: un branco che fondava le sue radici sull’anarchia, la strafottenza e l’anticonformismo.
Incarnavate la pateticità di pesci rossi tra migliaia di altri pesci rossi che si dimenano e battono le pinne rifiutandosi di nuotare, pretendendo, al posto, di far credere di saper volare.
Vi ho capiti subito; in un altro momento forse avrei fatto altrimenti, ma lì per lì non ho voluto assecondare le vostre fisse, né fomentarle più di quanto stavate facendo voi, vicendevolmente l’un con l’altro.
Così, da finta ingenua, vi ho proposto una originale interpretazione di chi voi foste, o almeno sembravate a me essere, ma per finta. Di proposito, ho suggerito una prospettiva assai avvilente ma lecita.
L’avete accolta con curiosità, simulata, e poi ci avete ricamato sopra un bel po’ di fantasticherie per sembrare più convincenti nel vostro finto provar interesse.
La verità è che vi avevo offerta una montatura dietro la quale nascondervi, vergognosi di rivelare voi stessi, per paura di venir derisi o sembrare non all’altezza di come vi eravate inventati.
Ho finto di non capirvi, di mal interpretarvi, e voi mi avete assecondata per il timore del giudizio di chi, vi è sembrato, poteva avere occhi diversi, gli occhi di chi proviene da un altro mondo, estraneo al vostro.
Forse, chessò, avete immaginato di un posto dove non ci fosse bisogno di cercare approvazione, dove non ci fosse necessità di sentirsi parte di una comunità, e identificarsi in essa per non essere soverchiati dal nulla che sta tutt’intorno.
La verità è che siamo tutti essere umani e io, pur non essendo dei vostri, vi ho capiti benissimo.


La casa

La casa si trovava in cima al più alto grattacielo di Nuova Nova. Ci andai una mattina di settembre, presi l’ascensore e salii su, su fino all’ultimo piano, il quarto piano, e da lì ancora più su. Mi arrampicai dall’esterno dell’edificio con la forza dei soli avambracci che misi a mo’ di ventosa, per aderire alle vetrate a specchio della facciata.
Scoprii solo poi che c’erano le scale.

Giunsi così sin sul tetto. Il tetto era una terrazza in cui nessuno doveva aver messo piede da tre giorni a quella parte, almeno, da come era conciata!
Lassù, erano cresciute piante di ogni genere: rampicanti, rododendri, eucalipti, ninfee, un pero e vidi anche un giovane baobab.

Scimmie antropomorfe, evolutesi dagli uomini, che avevano mantenuto la capacità di parola, si divertivano a scorrazzare tra i banani in fiore. Parlavano continuamente tra loro e presero presto a parlare anche a me. Ma io sapevo non dovevo dar loro ascolto allo stesso modo di Ulisse colle sirene.

Ero nel posto giusto, proprio al centro di quella foresta vergine stava la casa che aspettava solo di essere violata da me. Così, trepidante, provvisto di una torcia frontale, un lanciafiamme e di una sega elettrica, mi aprii un cammino attraverso quella giungla.
Tanto ero preso a menare segate a destra e a manca, tra serpenti, panda e bambù, che mi accorsi di essere arrivato solo quando il mio strumento cozzó violentemente contro qualcosa di duro. Era lei, finalmente, la casa.

La facciata dell’edificio, completamente ricoperta di ambrosia e gelsomino, mi appariva vetusta e solenne come un papa bardato a festa; ci girai attorno e trovai la porta d’ingresso. Non dovetti forzarla, si spalancò da sola appena mi avvicinai. Forse fu magia, forse una fotocellula. Entrai.

Vidi ciò che vidi, feci ciò che feci, non tornai mai più indietro. Lì dentro si ballava il bunga bunga, si suonavano tutti gli strumenti del mondo, e nel pavimento ci si poteva anche nuotare.

Mi è sembrato di vedere un cilindro

Mi è sembrato di vedere un cilindro, il cappello, quello dei maghi da cui saltan fuori conigli.
L’ho visto mentre stavo guidando, pioveva, ho svoltato ad un semaforo, il cilindro era in terra, ai bordi della carreggiata.
Ho pensato: “che bello, c’è un mago in città”.
Guardando meglio, il cilindro non c’era più, al suo posto uno scolo dell’acqua.
C’è un mago in città, trasforma cappelli in scoli dell’acqua.