Streghetta Amatilda – Revisited

Un post di tempo fa che scrissi e ho rivisto…

Vivevano pacificamente, tempo addietro, in un’epoca dimenticata, quelle che oggi chiamiamo streghe: piccole personcine dalle schiene gobbe, con nasi fini e adunchi come becchi e grandi cappelli appuntiti in testa.

Tra di esse, viveva una piccola streghetta che si distingueva dalle altre per la particolarità di non avere la gobba. La natura le aveva fatto il dispetto di donarle infatti una schiena dritta dritta come un’asticella e per questo suo difetto, poverina, era sbeffeggiata dalle altre compagne, tutte più curve di lei.

Dovete sapere, infatti, che il valore di una strega viene misurato dall’inclinazione che ha la sua gobba, tanto più acuto l’angolo di curvatura, quanto più potente e importante è la strega e la magia che porta con sé.

All’epoca, la sfortunata Amatilda, così si chiamava la streghetta, frequentava ancora la scuola primaria di magia, e, per la precisione, la scuola di Winnervard, la più importante e rinomata di tutta la città, e di certo la sua particolare fisionomia non passava inosservata.

Per loro natura le streghe sono una delle specie più chiacchierone e, nel tempo che stanno a rimestare i loro pentoloni stregati, fan certi discorsi lunghi che durano per ore, senza tuttavia necessariamente dire qualcosa e, alla fine, infatti, non dicono praticamente nulla.

Immaginate voi quanta agitazione e chiasso avesse sollevato nella comunità la notizia di una strega senza gobba!
Non si faceva che parlare d’altro.

La notizia fece il giro di contrade e quartieri, guadò fiumi in piena, saltò di bocca in bocca a locandieri, forestieri e grilli parlanti, fino a giungere alle orecchie di un tale Gervasone, nobiluomo altolocato del paese di Albavillafranca.

È necessario dire di questa località:
Albafrancavilla era il capoluogo fiore all’occhiello in splendore e maestosità della regione dei più facoltosi dei facoltosi del Regno, gente conosciuta, per lo più, per la dote straordinaria che avevano di riuscire ad ammaliare le povere anime di passaggio.

Da abilissimi imbambolatori, infatti, sapevano manipolare del tutto la volontà di chi incrociava loro lo sguardo e sarebbero riusciti a spingere anche il più avveduto dei risparmiatori o il più tirchio sulla Terra a consegnar loro tutti gli averi, anche i più cari, persino le mutande se avessero voluto!

A questo modo, gli Albavillafranchesi riuscirono negli anni ad accumulare sempre più roba, non roba loro, s’intende!
Questa loro dote unita al gusto che avevano per l’opulenza e lo sfarzo estremo, faceva sì che la prima impressione di chi entrava ad Albavillafranca fosse quella di una città difficile da sostenere con lo sguardo, tanto forte il riverbero e accecante il luccicchio delle sue strade d’oro e d’argento, intarsiate di metalli preziosi e diamanti.

E così la notizia dell’esistenza di Amatilda arrivò fin dentro le nobili mura di Albavillafranca e, per la precisione, toccò uno dei suoi tanti abitanti, sopraggiungendo, un bel giorno, dall’alto.

Era di pomeriggio, un pomeriggio di sole battente, il Signor Gervasone, Albavillafranchese DOC, stava rilassandosi spaparanzato sulla sua bellissima amaca intessuta di seta e filo di Scozia, alla piacevole brezza che spirava sempre da quelle parti.

Un Corvus coprinideo (cornacchia stercaiola), di passaggio, fu il messaggero della stramba novella.

Queste cornacchie sono compatite un po’ da tutti come povere sventurate, giacché la natura le spinge a doversi procacciare cibo continuamente in quanto, prive di sfintere anale, non possono fare a meno di defecare senza sosta, per tutto il tempo che rimangono in vita.

Seguendo una traiettoria perfetta al decimillimetro, una di quelle cacchette si insinuò dentro al canale auricolare del distratto Signor Gervasone, senza lasciar traccia.

Non si trattava, tuttavia, di semplice materia fecale anonima, ma quella cacca recava con sé memoria dei viaggi della cornacchia, che, passando dal paese di Stregolandia, aveva incrociato la piccola Amatilda e ne era rimasta tanto colpita e impressionata da incarnare quei sentimenti persino nello sterco che generava.

E fu a questo modo che il Signor Gervasone venne a conoscenza della streghetta, fu un’epifania improvvisa.