Una notte, in treno

Ti presi la mano, fu un gesto spontaneo.
Di rimando, tu stringesti la mia di mano, rimanendo impassibile.

Restammo così, mano nella mano, in silenzio, seduti uno accanto all’altro sulle poltrone blu del Regionale 747, mentre il treno correva veloce nel buio della campagna.
Fuori faceva freddo, era inverno, ma dentro il vagone era riscaldato e si stava bene anche senza il cappotto.

Sedevi accanto a me e la tua presenza era forte, ti sentivo, sentivo il calore e l’energia che emanava il tuo corpicino piccolo e fragile. Respiravi a lunghi respiri, così lenti e profondi da sembrare pesati, misurati.
Chissà se anche gli altri bambini di 8 anni respirano a questo modo, mi domandai.

Nel frattempo il treno rallentò la corsa, rallentò fino a fermarsi. Stazione Tiburtina.
Le porte si aprirono e, insieme al freddo, entrò qualcuno, prese il posto a sedere davanti al mio, quasi non ci feci caso.

Pensavo, pensavo al fatto che il tempo in quel momento sembrava rallentato, l’aria era densa, carica di qualcosa di indefinibile, forse anche il tizio seduto davanti lo percepiva, probabilmente no.

Non conoscevo il tuo nome, sapevo che eri orfano, scappato dalla guerra, profugo in terra straniera. Eri stato affidato a me, avevo il compito di accompagnarti in città, verso una nuova vita.

Il tuo volto, inespressivo, non faceva trasparire nessun sentimento. Tu non parlavi e io non ti chiesi niente.

Passò il controllore e gli mostrai i biglietti,  il suono dello sferragliare del treno era qualcosa di rassicurante.

E’ vero, non sapevo chi tu fossi né quale fosse il tuo passato, ma sapevo che eravamo accomunati, accomunati dal fatto di essere nati sulla stessa Terra, di avere un destino comune.

Quella notte, dentro le lamiere di quel vagone, mi sentii privilegiato.
Avevo il privilegio di starti accanto, di assaporare la tua dignità fatta di terra e polvere, il tuo animo forte e fragile, così, in silenzio.

Avrei voluto stringerti, cingerti la testa con le braccia.
Avrei voluto farti capire che potevi tornare a sorridere, che potevi tornare ad essere un bambino di 8 anni.

Un sogno

Ho sognato il mare, era caldo e cristallino.
Passeggiavo sul bagnasciuga quando vidi del bianco mescolarsi alla sabbia.
Era neve.
C’erano due piste da sci, una davanti all’altra, dirimpetto al mare.
Bambini sciavano e genitori insieme a loro, tutti con indosso caschi integrali e tute invernali anche se dovevano esserci almeno 30 °.

Con questa temperatura la neve non può essere vera” pensai “devono averla sparata”.
Quando camminai sulla neve sentii che era calda, “forse sbaglio, non l’hanno sparata, viene del mare”.

Dall’alto di scogliere, che sembravano finte, bambini con occhi a mandorla, che sembravano finti, si sporgevano a guardare trenini trasportare grassi turisti su rotaie costruite negli scogli più in basso.

Il mare era una distesa immensa, risucchiata dall’orizzonte; la linea di costa rientrava in corrispondenza di colline, coni dalla punta smussata.
Erano, quelle, colline completamente verdi, su cui persone giocavano a golf e altre si divertivano rotolandosi nell’erba.

Verso l’entroterra si trovavano strutture architettonicamente maestose, tutte in legno scuro fittamente intagliato.
Si trattava più che altro di grandi scalinate e di lunghi porticati delimitati da archi, oltre i quali s’aveva la vista della spiaggia, tutta.

Stavo camminando sotto uno di quei portici, quando un locale interruppe la discussione col compagno di fianco e rivolse lo sguardo verso di me.
Capii aveva da dirmi qualcosa e m’avvicinai.
Parlava un italiano quasi perfetto, mi chiese se sapessi, per caso, se il mulo fosse l’incrocio tra il cavallo e lo scarafaggio, come a lui sembrava di ricordare.
Pensai che la domanda fosse intelligente e lecita.

Gli risposi che sicuramente sbagliava, ma che non ricordavo bene nemmeno io il mulo l’incrocio di quali animali fosse.
Così, coi cellulari alle mani cercammo, cercammo su Google la parola MULO ma le connessioni erano lente e non riuscimmo nell’intento.
Si rimase col dubbio ma si fu soddisfatti ugualmente.
Lo salutai e lui riprese, col compagno di prima, a parlar di muli.

Continua per la mia strada e, a metà di una lunga scalinata, incrociai due italiani, una coppia, erano vestiti entrambi di nero, portavano occhiali da sole scuri, sembravano sapere il fatto loro.
Due tipi tosti“, pensai; lui all’orecchio aveva un auricolare e dai loro discorsi capii facevano sensibilizzazione ambientale e forse altre attività con la gente lì del posto.

Tornai alla spiaggia, mi guardai attorno e qualcosa m’infastidii, realizzai che tutti fumavano.
Una sigaretta dopo l’altra, non smettevano mai, buttavano i mozziconi in terra o li tiravano in mare.

“Questo è quello che dovrebbe essere un posto ecologista?!”, era indignata.
Ne parlai con una persona, lì, del posto, e lui mi rassicurò: erano i migliori ecologisti al mondo loro, sì, nonostante le apparenze.

Non ci pensai più e mi feci un bagno.
M’immersi in acqua, m’immersi fin sopra i capelli, i pensieri che riempivano la testa presero a galleggiare.
La sensazione era così piacevole che capii di star sognando.
Decisi di svegliarmi e di andar in quel posto nella realtà.

Così mi svegliai ma ora non saprei proprio come raggiungere quel posto.
Peccato.