Camminavo

Tutti i giorni percorrevo una dozzina di km in bicicletta, per necessità.
Al posto dell’auto, mi spostavo in bici.
Capitó che mi rubarono la bici, e allora quei km decisi di farli a piedi, tutti i giorni.

Freddo o caldo, pioggia o nebbia, io camminavo comunque.
Giorno dopo giorno, assaporavo l’indolenziomento delle gambe stanche.

In estate, sotto al sole, sudavo e mi veniva sete, non la placavo, camminavo e non sentivo più sete.

In inverno avevo freddo, non mi coprivo, camminavo e non sentivo più freddo.

Spesso digiunavo, imparavo a conoscere i morsi della fame, camminavo e non avevo più fame.

Prediligevo le strade meno trafficate, le vie secondarie, solitarie, di sera quelle più buie.

Attraverso le campagne ero un fantasma con le scarpe.

Coglievo particolari che non avevo mai notato e mi pareva di conoscere da sempre.

Scandivo gli attimi coi passi e quegli attimi non recavano con loro né passato né futuro.

Sentivo.
Ergevo l’essere al di sopra della logica, esperivo coi sensi, deprivavo l’intelletto.
M’annullavo per rinascere.

Quando infine tornavo a casa, allora, lentamente, ritornavo in me.

Il battito del cuore avevo lento e forte, gli occhi profondi erano gli occhi di chi, per un attimo, è stato altrove.

Il paese della pioggia

Esisteva una volta questo paese, lo chiamavano il paese della pioggia.
Non c’era un giorno che non piovesse.

Gli abitanti, negli anni, avevano sviluppato le branchie conservando allo stesso tempo anche i polmoni, cosicché quando ce n’era necessità e l’aria era satura dei troppi inquinanti era loro abitudine quella di immergere la testa dentro una grossa pozzanghera e prendere una boccata d’ossigeno colle branchie.

Gennaro, uomo-pesce grosso in mezzo a tanti uomini-pesci piccoli, fu il primo a sperimentare la respirazione anale.
Mediante una particolare manovra capì come poter aspirare aria e acqua contemporaneamente attraverso l’orifizio e quindi veicolare ossigeno e nutrienti in modo super-efficiente a tutti i distretti corporei.

La tecnica era così semplice e funzionava così bene che tutti iniziarono ad usarla e branchie e polmoni non servirono più e regredirono sino a ridursi ad organi vestigiali.

Di generazione in generazione iniziarono così a nascere bimbi con sederi grossi e sempre più grossi, provvisti anche di molti e sempre più ani.

Il grande apporto di ossigeno e nutrimento che derivò da questo coincise con un enorme e repentino sviluppo tecnologico, nuove scoperte scientifiche, innovazione e industrializzazione massiva.

Quando, nel paese della pioggia, presero piede anche McDonald’s e Fast-Food un’epidemia di flatulenza e stitichezza scoppiò tra gli abitanti.

Con gli ani così cronicamente costipati, tra la popolazione si diffusero malattie prima sconosciute, quali asma anale, diabete peritoneale, anosclerosi e anche anutismo, discalcolosi e coloniti dell’altleta.
Non mancarono casi di exitus.

La gente, inoltre, era diventata tonta, spesso complottista, sicuramente insofferente alla vita e molto poco comunicativa.

Il giorno in cui finalmente nel paese della pioggia smise di piovere, Gennarino Impomatato, 97enne, si guardò intorno e si rese conto d’essere rimasto l’ultimo abitante del paese della (non più) pioggia.

Gennarino, tappando uno ad uno i suoi 47 ani, decise di togliersi la vita per asfissia.
Il 7 dicembre 2019 il paese della pioggia smise di esistere, insieme al suo ultimo abitante.