dio

Quando Dio gli apparve era poco più che un bambino. Dio gli apparve che aveva la forma di un animale. Aveva il muso lungo, i denti aguzzi, gli occhi due fessure scintillanti che gli incutevano paura. Quando Dio gli apparve lui ebbe la certezza che quell’animale fosse Dio. Andava a catechismo e le maestre gli avevano insegnato ad avere fede. Così, quando Dio gli apparve lui ebbe fede e si sentì piccolo al cospetto di quell’animale così grande. Giurò a sé stesso che non lo avrebbe mai detto a nessuno, non avrebbe mai detto a nessuno di aver visto Dio.

All’età di 30 anni prese i voti, la sua fede in quegli anni  era cresciuta, alimentata dal ricordo dell’apparizione avuta da bambino. Nel suo petto nutriva ancora vivido quel segreto, ne aveva cura come un giardiniere il suo giardino. Viveva la vita con gioia e gratitudine, teneva la messa con un entusiasmo che attirava copiosi i fedeli. Quando era da solo, si trovava spesso a guardare la figura di Cristo in croce. Il Cristo esercitava un fascino magnetico su di lui tanto che finì col convincersi di essere lui stesso, proprio lui, il Cristo reincarnato.

Una domenica d’aprile, passeggiando in paese e recitando il rosario, all’angolo del giornalaio, un cartellone pubblicitario attirò la sua attenzione.
Con grande stupore notò che sul cartellone vi era raffigurato, insieme ad altri animali, anche Dio, il suo dio, l’animale che gli era apparso da bambino.

Stava lì, nell’angolo in basso a sinistra del cartellone.
Era uno dei tanti animali raffigurati, tutti glabri ma dall’aspetto feroce, facevano pubblicità ad uno shampoo per calvi.

Il suo segreto, il segreto che aveva a lungo gelosamente custodito, stava ora lì, oltraggiato, spiattellato come fosse senza valore davanti agli occhi di tutti.

Dopo un momento di rabbia e furore, il prete si ricompose e tornò in sé. Alla mente gli affiorarono ricordi che aveva in parte rimosso e in parte mistificato, realizzò che dio non era mai stato Dio ma era stato sempre e solo una fantasticheria di lui bambino.

La patina che circondava gli occhi del prete si ruppe in mille lacrime silenziose.

La giostra che gira quando nessuno la guarda.

Gente1: “la Giostra? Sì, sta lì ma non funziona, non ha mai funzionato.”

Gente 2: “non so perché non la smantellino, e lì da tempo, forse più di un secolo. Mio nonno mi ha raccontato che c’era anche quando lui era piccolo. E non funziona già allora.”

Gente3: “non funziona, è vero, eppure guarda come si mantiene bene. Non c’è nessuno che fa manutenzione eh, eppure va’ che metallo lucido, tocca gli ingranaggi, sono sempre caldi come avessero appena smesso di ingranarsi a vicenda. Questo fatto è un mistero.”

Gente4: “un mistero? Bah, forse. In fondo non importa a nessuno qui. A chi può importare di una giostra? Forse a un bambino, e di una giostra che non funziona? Neanche a un bambino!”

Gente5: “son sicuro, nessuno c’ha mai fatto un giro, su quella Giostra, non ha mai funzionato perbacco!”

Gente5 si sbagliava.

Luigino, l’ipovedente del Paese, quando divenne completamente non-vedente da stanziale e pigro come era, uscì di casa e prese a vagabondare senza meta.
Era mosso dal rifiuto per la propria ormai completa cecità. Notte o giorno, giorno o notte, sempre andava, cieco, sui suoi piedi.
Ruzzolava e inciampava in ogni dove. Si feriva continuamente e continuamente rischiava la vita.

Nei suoi vagabondaggi capitò diverse volte nei pressi della Giostra e la Giostra, non sentendosi guardata, funzionava, anche se ci stava Luigino lì.
Luigino, senza rendersene conto, aveva fatto diverse corse su della Giostra!

La Giostra girava non accorgendosi di Luigino, Luigino girava insieme alla Giostra non accorgendosi che sotto al suo culo qualcosa stava muovendolo.

Gente1, Gente2, Gente3, Gente4, Gente5 e altra Gente continuarono a credere che la giostra non funzionava, e Luigino pure.