Andavamo in giro

Andavamo in giro coi sacchi pieni di spazzatura in mano. Ci andava bene andare in giro così, coi sacchi della spazzatura pieni e pesanti che ci tenevano saldi i piedi a terra. Ora siamo cresciuti e coi sacchi ci facciamo altro. La spazzatura ora la portiamo in testa e i sacchi sono vuoti.

Si faceva a turno. Quando veniva il mio turno mi mettevo a sedere e aspettavo succedesse qualcosa. Non succedeva mai niente. Ancora oggi quando è il mio turno mi siedo ma non succede mai niente.

Veniva dalla campagna e portava l’allegria di chi ha semplicità nel cuore. Quando lo vedevo da lontano gli correvo incontro. Ci rotolavamo nell’erba e ridevamo, senza mai dire una parola. Non sapevo chi fosse, che accento avesse, se parlava la mia stessa lingua o se era straniero. Ridevamo. Poi lui non venne più. O forse venne ancora, ma io non lo vidi più.

Capo

Ho fatto a pugni con un pungiball, mi sembrava un’ugola di un gigante e io picchiavo forte per uscire viva da quella bocca enorme.


Poi ho corso come un pazzo. Dico come un pazzo perché una volta avevo un amico pazzo e lui correva velocissimo. Ho detto che correvo come un pazzo ma no, non è vero, magari a saper correre come un pazzo.


Poi sono entrata in una casa in cui non ero mai entrata prima. Mi accompagnava un tizio di Tecnocasa. La casa sapeva di chiuso e sudore, sapeva di sudore e calzini sporchi. Ho pensato che in quella casa prima ci vivessero degli atleti che facevano tanto sport o degli uomini molto grassi e che non si lavavano.


Poi ho fatto un giro in macchina, la sera, col braccio legato al collo. Non guidavo io, non posso. Avevo in braccio il mio cane che mi leccava la faccia. La saliva sulla faccia, coi finestrini abbassati, mi si asciugava sulla pelle, come una maschera d’argilla.


Poi sono andata dal dentista, m’ha guardato e io l’ho guardato, poi lui m’ha guardato in bocca.


Poi ho ricordato una cosa che avevo dimenticato, ho pensato di scriverla per non dimenticarla ancora, non l’ho scritta, l’ho dimenticata.


Ricordo che da bambina sapevo il segreto per non morire. Non l’ho mai detto a nessuno perché era un segreto. Pensavo l’avrei applicato per non morire nel momento in cui sarei stata sul punto di morire. Sono cresciuta e ho dimenticato il segreto di come sfuggire alla morte.

Da piccola avevo anche un amico immaginario, viveva nella mia testa, era un cane in giacca e cravatta, lo chiamavo Capo, mi dava sempre consigli.

Poi a 10 anni ho salutato Capo, per sempre. La mia età era a due cifre, ero ormai grande. Così ho detto a Capo di andare in vacanza. Quando l’ho salutato ricordo indossava dei bermuda a fiori e aveva una ventiquattrore in mano. L’ho congedato con la promessa che mai avrei rinnegato il fatto che fosse esistito veramente. Credevo a quella promessa. Non l’ho mantenuta.