C’era una volta un uomo che amava il mare

C’era una volta un uomo che amava il mare e ci andava ogni volta che poteva, ogni volta che poteva non tanto per dire ma per davvero! Quasi tutti i giorni andava al mare nonostante gli costasse due ore di viaggio ad andare e due a tornare.

Sedeva e guardava il mare, ipnotizzato, per ore. Non lo distraevano i bagnanti chiassosi ad agosto né le grida dei pescivendoli quando era tempo di mercato.
Chissà che pensava Gigi quando guardava il mare, la gente se lo chiedeva e un po’ lo invidiava perché Gigi sembrava aver trovato la pace in quella distesa d’acqua salata.
….

La vita scorre frenetica fuori in strada. Dentro casa tutto è placido, Gigi siede, lemme, guarda la TV. Sono ormai mesi che non va al mare. Ha scoperto la comodità di avere il mare a portata di click, sulla sua nuova super TV Lg oled 5K HD 72″, del mare può vedere persino le sfumature più nascoste.
“Questa TV è come magia”, pensa.
Le tende sono tirate, c’è buio nella stanza, Gigi siede da ore, contempla lo schermo, in adorazione. Ha la schiena un bagno di sudore sulla poltrona in ecopelle, ma è concentrato e non ci bada.

Gli anni passano. Gigi è sempre davanti la TV. I suoi occhi sono diventati miopi, l’occhio sinistro ha una leggera cataratta, sembra l’occhio di un pesce morto.

La vita al di là dei 50cm gli appare sfocata.

Quando Gigi il giorno del suo compleanno tornerà al mare, dopo 10 anni di assenza, vedrà solo una macchia blu informe e confusa e, brontolando, lamentandosi delle due ore di viaggio, se ne tornerà, annoiato, alla sua TV Lg oled 5k HD da 72 pollici.

Viaggiare

Aveva viaggiato a lungo ed era stato così profondamente lontano da sé che non aveva potuto poi fare ritorno.

Era stato il geko sul muretto, la brina del mattino, il silenzio della sera, il sasso sul sentiero.

Aveva respirato a fondo ogni cosa ed ora non era più lui. Non era più Alberto Cazzaniga, figlio della stimata Signora Maria e dell’illustre Avvocato Cazzaniga.

“Ho lasciato andare tutto. non stringo più niente”. Mi confessò un giorno.

“Sei felice?”. Gli chiesi.

“Son felice se tu sei felice”. Rispose.

Coccodrilli Lilli

La siepe era fatta da resti umani e ogni anno veniva ampotata. Dai vecchi rami di braccia e gambe ricrescevano arti giovani e torniti, guance rosee e ginocchia dalle cartilagini ben lubrificate. In primavera la siepe era un tripudio di colori, unghie smaltate, capelli colorati, iridi verdi e blu.

La siepe cresceva tutt’intorno la circonferenza della Terra, ottordici metri icosaedrici, e si estendeva per una distanza imprecisata in altezza, forse arrivando a toccare altri pianeti, stelle o satelliti. Mani su gomiti, gomiti su teste, cosce, pubi e mammelle, un intreccio che formava un muro rosa che oscurava il cielo.

Ogni anno un giardiniere andava a potarla.
Il giardiniere era un coccodrillo che si chiamava Lillo. Aveva denti aguzzi come spade di samurai e succhi gastrici acidissimi. Tagliava la siepe a morsi, con voracità e passione. La sua bocca era così larga che con un solo boccone arrivava a potare per l’intera circonferenza terrestre. Quella bocca ospitava un numero di denti indefinito. I bambini a scuola imparavano che zero fratto zero è uguale al numero di denti del giardiniere.

Negli anni, la siepe divenne sempre più rigogliosa e feconda. Cresceva ad un ritmo così veloce che fu necessario assumere altri sei coccodrilli Lilli per contenere l’avanzata di tutti quei rami umani. In altezza tuttavia nessuno poteva arrivare a potarla, chissà quindi quali spazi cosmici siderali aveva raggiunto e con quali galassie e civiltà aliene era venuta a contatto.

Passarono gli anni e la velocità di crescita di quell’insolita vegetazione non accennò a diminuire, anzi! Non esistevano più stagioni, estate, primavera, autunno o inverno, la siepe cresceva sempre, ad un ritmo frenetico. Fu così che la stragrande maggioranza degli abitanti della Terra fu convertita a coccodrilli Lilli. Questi lavoravano incessantemente, ogni ora del giorno e anche della notte, facevano tre turni da otto ore ciascuno, per riposare le mascelle.

Tuttavia questi sforzi non furono sufficienti a compensare l’avanzata della siepe, ormai inarrestabile. Braccia e gambe, piedi e mani, bocche e orecchie riempirono la quotidianità di ogni abitante della Terra, ve ne era traccia in ogni angolo, in ogni pertugio, persino nelle case e dentro ai letti. La siepe aveva colonizzato ogni luogo, anche solo per un’unghia o per un pelo pubico, non esisteva al mondo posto che non ne fosse toccato.

Man mano che la siepe si espandeva, la luce sulla Terra andò affievolendosi. Il cielo infatti era oscurato da una cappa di carne che continuava a crescere e a crescere, creando un tetto sul mondo. Pian piano i giorni si accorciarono, divennero sempre più brevi sino a quando fu notte perpetua. Il pianeta piombò nel buio quasi assoluto. Come conseguenza di ciò i coccodrilli Lilli, già miopi per loro genetica, divennero ipovedenti. Tiravano morsi alla cieca e capitava spesso che si mordessero a vicenda, amputandosi le code o tranciandosi di netto le zampe.

A causa della loro quasi completa cecità i coccodrilli Lilli non si accorsero di nulla quando avvenne la catastrofe. La massa spropositata di carne, che incombeva da tempo sulle teste di tutti, finalmente cedette alla gravità. D’un colpo venne giù e piombò gravosamente al suolo, con una violenza tale da sconquassare il pianeta e far deviare la sua orbita di circa 50cm.

In pochi secondi gli abitanti delle Terra morirono schiacciati dal peso di quei resti umani. Con loro appassì anche la siepe o forse la siepe non era mai esistita.

Il vaccino

Stamattina ho fatto la prima dose vaccino Pfizer.

Sapendo di doverlo fare, sabato sera chiedo ad un amico di darmi un pugno sul braccio dx, gli indico bene dove tirare il pugno, gli dico che è importante, di tirare forte.

Il giorno dopo mi guardo allo specchio, sul braccio ho un ematoma, sono soddisfatta. Quel livido sarà il bersaglio dell’ago del vaccino!

Stamattina, in sede di vaccinazione, l’infermiera mi dice di scoprire un braccio.
Sono indecisa, il livido mi fa male. Penso che forse è meglio non infierire, così scopro l’altro braccio, il sx.

La puntura neanche la sento.
A distanza di qualche ora, il braccio vaccinato mi duole nel punto dell’ago. Duole come avessi un ematoma.

Mi fanno male entrambe le braccia, alla stessa maniera.

Bianco

Stavo a camminare in quella landa desolata che in giro si diceva che sarei morto, che c’avevo la testa bacata dai vermi. Stavo a camminare e non mi sembrava vero che c’era tutta quella pochezza di cose in quel posto. Era entusiasmante, per quanto camminavo non ci stava proprio niente. Solo la terra, la neve, qualche albero spoglio e qualche cane randagio. Praticamente ci stavo solo io, riempivo tutto lo spazio.

Ingrassai 20kg prima di intraprendere quel viaggio e ci stetti un mese in viaggio, forse più. Senza mangiare e a bever la neve e la pioggia. Al mattino, mi lavavo la faccia e le ascelle con la neve. E poi camminavo seguendo sempre il Sud, con l’aria fresca delle prime ore del giorno e il debole sole in fronte nel pomeriggio.
Stavo bene.
La sera m’accampavo nella landa e dormivo coi cani che mi tenevano al caldo. C’erano due cani che da quando li avevo incontrati m’accompagnavano sempre. Cip e Ciop li avevo chiamati.
La fame non era un problema, dopo i primi due giorni che il mio stomaco voleva cibo, poi non si fece più sentire. Dosavo le energie ed ero sereno. Cip e Ciop andavano a caccia e mi portavano talpe e scoiattoli morti. Per non offenderli, accettavo le offerte, prendevo le carcasse e facevo finta di mangiarne un po’ ma poi sputavo il boccone e davo il resto in pasto a loro.

Così feci per quaranta giorni, forse più, a camminare come un fantasma. Che poi mi si chiese perché lo feci. E non è che ad ogni domanda ci debba essere per forza una risposta. Lo feci perché sì.

Quando infine ritornai in paese, che prima o poi avevo da tornare, tutto mi sembrò così colorato che mi venne voglia di ballare, ché dopo tutti quei giorni gli occhi si erano abituati a vedere in bianco e nero e scale di grigi.
Tornai che mi stancavo a parlare e a sentire la mia voce mi sembrava di sentire la voce di un estraneo.
Tornai che ero dimagrito ed ero la metà di quando ero partito e c’avevo la barba incolta e i capelli così lunghi che mi sembravo Gesù Cristo.
Tornai che c’avevo un sorriso perenne stampato in faccia. Mi si chiese perché sorridevo, che c’avevo da essere così felice. Non è che ad ogni domanda ci debba essere per forza una risposta. Sorridevo perché sì.

Cronache da quarantena

Sono stata a guardare una capra che brucava l’erba.  Ho guardato la capra per molto tempo, non pensando a niente, neanche alla capra.
Tanto fissamente e a lungo l’ho guardata che dopo un po’ non ho più visto nessuna capra.

Poi, con la coda dell’occhio ho notato un signore. Camminava nella mia direzione. Si è fermato a qualche metro da me. Si è messo anche lui a guardare la capra.

La guardavamo entrambi.

Dopo un po’, il signore ha detto: “è una capra proprio grossa, vero? Guardi come è bella pienotta! Secondo lei è incinta?”.

Per rispondergli mi sono chiesta se quella capra fosse una capra pienotta, come diceva. Ho replicato che in effetti sì, aveva i fianchi larghi ed era probabile fosse incinta.

Poi ho pensato che tutto il tempo che ero stata lì, prima, a guardare la capra, non lo avevo notato.

Mentre pensavo questo, ho buttato lo sguardo in giro per il recinto e ho constatato che, tra gli animali, quella sembrava essere l’unica capra.

Ho domandato: “ma è l’unica capra?”
Il signore ha risposto che sì, pareva essere l’unica capra. Ha poi aggiunto: “ha proprio dei bei colori.”

Ho guardato i colori della capra e ho pensato mi sembravano dei colori da capra normali, né belli né brutti. Ho comunque concordato che la capra aveva proprio dei bei colori.

Poi il signore mi ha salutato e io l’ho salutato.

Andrà tutto bene

La brezza fresca della sera che veniva dalla campagna incontrò un uomo, alla periferia di una grande città. L’uomo se ne stava seduto a gambe conserte, braccia conserte, a lato del marciapiede, indossava un impermeabile scuro e un cappuccio con la visiera che gli copriva il volto.

Chi era? Con molta probabilità un senzatetto.
Poco importava, era un uomo e in quanto uomo era un peccatore, magari era anche un gay, in ogni caso colpevole. Questo fu quello che pensò Calogero Schifosetti, impiegato alla Volgh&Co quando decise di riversare tutta la rabbia che aveva repressa in corpo contro lo sventurato.

Dall’altro lato della strada, nello stesso momento, si trovava a camminare Luigi Sacconi, che vide tutta la scena; vide Calogero, un omone sproporzionato, verosimilmente acromegalico, che, prendendo la rincorsa, si scagliava con violenza inaudita contro un senzatetto con l’impermeabile.

Raffiche di calci e pugni furono menate così furiose che l’uomo con l’impermeabile era un burattino disarticolato sbatacchiato in tutte le direzioni.
Questa furia andò avanti senza accenno a smorzarsi. Andò avanti per minuti, forse per quarti d’ora, forse per un’ora, Luigi Sacconi non seppe bene dire.

I tentativi del senzatetto di difendersi erano tanto ciechi e inefficaci da sembrare i movimenti di un burattino a cui un ubriaco sta tirano i fili.

Finalmente il burattino smise di dimenarsi, cadde come un sasso al suolo, privo di sensi, ma questo non frenò la rabbia di Calogero Schifosetti. Continuò a picchiare il corpo inerme e a picchiare forte, se possibile più forte di prima. Il marciapiede era ora un lago di sangue e lividume.

Luigi Sacconi, dall’altro lato della strada, assistette all’intera scena immobile, pietrificato da tanta brutalità. Quando realizzò di dover fare qualcosa, l’impellenza lo attanagliò e fu preso dal panico. Di primo acchito pensò di chiamare la polizia o i soccorsi ma poi decise che non c’era tempo da perdere.

Luigi Sacconi, Don Luigi, detto anche Don Gigi, tirò un respiro profondo, si inginocchiò e, giunte che ebbe le mani, prese a pregare con intensità e devozione. Pregò per l’anima di quel senzatetto, pregò che potesse finalmente trovare pace nell’alto dei cieli. Poi, iniziò a pregare anche per quell’altro uomo violento, pregò affinché si pentisse e fosse redento.

Andrà tutto bene.

dio

Quando Dio gli apparve era poco più che un bambino. Dio gli apparve che aveva la forma di un animale. Aveva il muso lungo, i denti aguzzi, gli occhi due fessure scintillanti che gli incutevano paura. Quando Dio gli apparve lui ebbe la certezza che quell’animale fosse Dio. Andava a catechismo e le maestre gli avevano insegnato ad avere fede. Così, quando Dio gli apparve lui ebbe fede e si sentì piccolo al cospetto di quell’animale così grande. Giurò a sé stesso che non lo avrebbe mai detto a nessuno, non avrebbe mai detto a nessuno di aver visto Dio.

All’età di 30 anni prese i voti, la sua fede in quegli anni  era cresciuta, alimentata dal ricordo dell’apparizione avuta da bambino. Nel suo petto nutriva ancora vivido quel segreto, ne aveva cura come un giardiniere il suo giardino. Viveva la vita con gioia e gratitudine, teneva la messa con un entusiasmo che attirava copiosi i fedeli. Quando era da solo, si trovava spesso a guardare la figura di Cristo in croce. Il Cristo esercitava un fascino magnetico su di lui tanto che finì col convincersi di essere lui stesso, proprio lui, il Cristo reincarnato.

Una domenica d’aprile, passeggiando in paese e recitando il rosario, all’angolo del giornalaio, un cartellone pubblicitario attirò la sua attenzione.
Con grande stupore notò che sul cartellone vi era raffigurato, insieme ad altri animali, anche Dio, il suo dio, l’animale che gli era apparso da bambino.

Stava lì, nell’angolo in basso a sinistra del cartellone.
Era uno dei tanti animali raffigurati, tutti glabri ma dall’aspetto feroce, facevano pubblicità ad uno shampoo per calvi.

Il suo segreto, il segreto che aveva a lungo gelosamente custodito, stava ora lì, oltraggiato, spiattellato come fosse senza valore davanti agli occhi di tutti.

Dopo un momento di rabbia e furore, il prete si ricompose e tornò in sé. Alla mente gli affiorarono ricordi che aveva in parte rimosso e in parte mistificato, realizzò che dio non era mai stato Dio ma era stato sempre e solo una fantasticheria di lui bambino.

La patina che circondava gli occhi del prete si ruppe in mille lacrime silenziose.

La giostra che gira quando nessuno la guarda.

Gente1: “la Giostra? Sì, sta lì ma non funziona, non ha mai funzionato.”

Gente 2: “non so perché non la smantellino, e lì da tempo, forse più di un secolo. Mio nonno mi ha raccontato che c’era anche quando lui era piccolo. E non funziona già allora.”

Gente3: “non funziona, è vero, eppure guarda come si mantiene bene. Non c’è nessuno che fa manutenzione eh, eppure va’ che metallo lucido, tocca gli ingranaggi, sono sempre caldi come avessero appena smesso di ingranarsi a vicenda. Questo fatto è un mistero.”

Gente4: “un mistero? Bah, forse. In fondo non importa a nessuno qui. A chi può importare di una giostra? Forse a un bambino, e di una giostra che non funziona? Neanche a un bambino!”

Gente5: “son sicuro, nessuno c’ha mai fatto un giro, su quella Giostra, non ha mai funzionato perbacco!”

Gente5 si sbagliava.

Luigino, l’ipovedente del Paese, quando divenne completamente non-vedente da stanziale e pigro come era, uscì di casa e prese a vagabondare senza meta.
Era mosso dal rifiuto per la propria ormai completa cecità. Notte o giorno, giorno o notte, sempre andava, cieco, sui suoi piedi.
Ruzzolava e inciampava in ogni dove. Si feriva continuamente e continuamente rischiava la vita.

Nei suoi vagabondaggi capitò diverse volte nei pressi della Giostra e la Giostra, non sentendosi guardata, funzionava, anche se ci stava Luigino lì.
Luigino, senza rendersene conto, aveva fatto diverse corse su della Giostra!

La Giostra girava non accorgendosi di Luigino, Luigino girava insieme alla Giostra non accorgendosi che sotto al suo culo qualcosa stava muovendolo.

Gente1, Gente2, Gente3, Gente4, Gente5 e altra Gente continuarono a credere che la giostra non funzionava, e Luigino pure.

Masticare

Un pezzo di hamburger, un boccone. Se lo mise in bocca e cominciò a masticarlo. E non smise. Masticò la carne ma tra la carne ci stava la plastica, polietilene e PVC perlopiù. Masticò per anni la stessa plastica che non riusciva a sminuzzare e a mandare giù. Dimenticò di star masticando, pur continuando a masticare. A furia di masticare si consumò i denti, si infiammò il trigemino, e soffrì di emicree, emise ettolitri di saliva ogni giorno, sputazzava in giro saliva dal sapore di plastica, i succhi gastrici le procurarono ulcere e poi l’ernia iatale che le faceva ruttare acido. Neanche di notte smetteva di masticare, ché la plastica stava sempre lì, e doveva masticarla, c’aveva il bruxismo.
Era felice però di masticare. Guardava i TG e pensava che almeno lei c’aveva di che masticare.

Quando, successe, le andò di traverso ciò che stava masticando, credette di soffocare, ma non soffocò, riuscì invece ad inghiottire finalmente la plastica.
Non ebbe più nulla da masticare, smise così di masticare. Pensò subito che doveva trovare qualcos’altro da masticare, che non doveva farsi vedere in giro così, senza masticare. Pensò che fosse difficile trovare qualcosa da masticare che fosse durevole come la plastica che fino ad allora aveva masticato. Aspettò quindi di andare in bagno, andò di corpo e fu felice di tornare a masticare la stessa plastica che fino ad allora aveva masticato.