Qualcosa

Dopo tanto sudore, lotta e fatica giunsi infine in cima. Mi fermai e guardai intorno. Potevo vedere tutto e vedevo tutto.
Inaspettatamente fui invaso da un fortissimo calore, non opposi resistenza.
Mai prima di allora mi era successo di provare qualcosa di simile.
Bruciavo di energia vitale.
Pensai che se ci fosse stato qualcuno lì, sicuramente avrebbe visto tutto quel calore espandersi e irradiare da me, tanto lo sentivo potente e concreto.
Il calore era così forte che senza preavviso si trasformò in un pianto, un pianto liberatorio, che solo Dio sapeva capire. Piangevo per la troppa bellezza, piangevo per la libertà di corpo
e spirito che lì avevo raggiunto. Avrei potuto morire che non mi sarebbe importato.

Cronache da quarantena

Sono stata a guardare una capra che brucava l’erba.  Ho guardato la capra per molto tempo, non pensando a niente, neanche alla capra.
Tanto fissamente e a lungo l’ho guardata che dopo un po’ non ho più visto nessuna capra.

Poi, con la coda dell’occhio ho notato un signore. Camminava nella mia direzione. Si è fermato a qualche metro da me. Si è messo anche lui a guardare la capra.

La guardavamo entrambi.

Dopo un po’, il signore ha detto: “è una capra proprio grossa, vero? Guardi come è bella pienotta! Secondo lei è incinta?”.

Per rispondergli mi sono chiesta se quella capra fosse una capra pienotta, come diceva. Ho replicato che in effetti sì, aveva i fianchi larghi ed era probabile fosse incinta.

Poi ho pensato che tutto il tempo che ero stata lì, prima, a guardare la capra, non lo avevo notato.

Mentre pensavo questo, ho buttato lo sguardo in giro per il recinto e ho constatato che, tra gli animali, quella sembrava essere l’unica capra.

Ho domandato: “ma è l’unica capra?”
Il signore ha risposto che sì, pareva essere l’unica capra. Ha poi aggiunto: “ha proprio dei bei colori.”

Ho guardato i colori della capra e ho pensato mi sembravano dei colori da capra normali, né belli né brutti. Ho comunque concordato che la capra aveva proprio dei bei colori.

Poi il signore mi ha salutato e io l’ho salutato.

Quest’inverno

A terra, pulviscolo bianco si confonde
con le cicche sputate dai ragazzini, dal cavalcavia, sulle macchine.

Tettucci bianchi ricoperti di neve. È Natale e fuori piove.
Una Mercedes grigia sul vialetto di casa non si muove.
Soltanto la notte rimane oltre i vetri, appannati.
Respiri pesanti di vino e spezie.
Qualcuno bussa alla porta, ma viene da fuori e non lo fai entrare. Conservi il calore per un altro inverno.

Che ore sono

Gli orologi non si usano più, ci sono i cellulari.
Io ho un cellulare che segna sempre l’ora sbagliata, così non so mai che ore sono.

Da quando ho iniziato ad indossare il vecchio orologio di mio nonno, che ho trovato giù in cantina, so sempre che ora è.
Anzi, non posso fare a meno di controllare CONTINUAMENTE che ora è.

Anche adesso.
Sono le 12:38.

Maledetto orologio.
Sono le 12:39, in questo momento.

Ma il momento è già passato.
Son già le 12:40.

È chiaro che il tempo, vissuto da mio nonno, era vissuto come prigionia.
Così ho smesso di indossare l’orologio di mio nonno.

Il mio cellulare continua a segnare l’ora sbagliata. Non voglio sapere che ore sono.

Andavamo in giro

Andavamo in giro coi sacchi pieni di spazzatura in mano. Ci andava bene andare in giro così, coi sacchi della spazzatura pieni e pesanti che ci tenevano saldi i piedi a terra. Ora siamo cresciuti e coi sacchi ci facciamo altro. La spazzatura ora la portiamo in testa e i sacchi sono vuoti.

Si faceva a turno. Quando veniva il mio turno mi mettevo a sedere e aspettavo succedesse qualcosa. Non succedeva mai niente. Ancora oggi quando è il mio turno mi siedo ma non succede mai niente.

Veniva dalla campagna e portava l’allegria di chi ha semplicità nel cuore. Quando lo vedevo da lontano gli correvo incontro. Ci rotolavamo nell’erba e ridevamo, senza mai dire una parola. Non sapevo chi fosse, che accento avesse, se parlava la mia stessa lingua o se era straniero. Ridevamo. Poi lui non venne più. O forse venne ancora, ma io non lo vidi più.

Capo

Ho fatto a pugni con un pungiball, mi sembrava un’ugola di un gigante e io picchiavo forte per uscire viva da quella bocca enorme.


Poi ho corso come un pazzo. Dico come un pazzo perché una volta avevo un amico pazzo e lui correva velocissimo. Ho detto che correvo come un pazzo ma no, non è vero, magari a saper correre come un pazzo.


Poi sono entrata in una casa in cui non ero mai entrata prima. Mi accompagnava un tizio di Tecnocasa. La casa sapeva di chiuso e sudore, sapeva di sudore e calzini sporchi. Ho pensato che in quella casa prima ci vivessero degli atleti che facevano tanto sport o degli uomini molto grassi e che non si lavavano.


Poi ho fatto un giro in macchina, la sera, col braccio legato al collo. Non guidavo io, non posso. Avevo in braccio il mio cane che mi leccava la faccia. La saliva sulla faccia, coi finestrini abbassati, mi si asciugava sulla pelle, come una maschera d’argilla.


Poi sono andata dal dentista, m’ha guardato e io l’ho guardato, poi lui m’ha guardato in bocca.


Poi ho ricordato una cosa che avevo dimenticato, ho pensato di scriverla per non dimenticarla ancora, non l’ho scritta, l’ho dimenticata.


Ricordo che da bambina sapevo il segreto per non morire. Non l’ho mai detto a nessuno perché era un segreto. Pensavo l’avrei applicato per non morire nel momento in cui sarei stata sul punto di morire. Sono cresciuta e ho dimenticato il segreto di come sfuggire alla morte.

Da piccola avevo anche un amico immaginario, viveva nella mia testa, era un cane in giacca e cravatta, lo chiamavo Capo, mi dava sempre consigli.

Poi a 10 anni ho salutato Capo, per sempre. La mia età era a due cifre, ero ormai grande. Così ho detto a Capo di andare in vacanza. Quando l’ho salutato ricordo indossava dei bermuda a fiori e aveva una ventiquattrore in mano. L’ho congedato con la promessa che mai avrei rinnegato il fatto che fosse esistito veramente. Credevo a quella promessa. Non l’ho mantenuta.

Andrà tutto bene

La brezza fresca della sera che veniva dalla campagna incontrò un uomo, alla periferia di una grande città. L’uomo se ne stava seduto a gambe conserte, braccia conserte, a lato del marciapiede, indossava un impermeabile scuro e un cappuccio con la visiera che gli copriva il volto.

Chi era? Con molta probabilità un senzatetto.
Poco importava, era un uomo e in quanto uomo era un peccatore, magari era anche un gay, in ogni caso colpevole. Questo fu quello che pensò Calogero Schifosetti, impiegato alla Volgh&Co quando decise di riversare tutta la rabbia che aveva repressa in corpo contro lo sventurato.

Dall’altro lato della strada, nello stesso momento, si trovava a camminare Luigi Sacconi, che vide tutta la scena; vide Calogero, un omone sproporzionato, verosimilmente acromegalico, che, prendendo la rincorsa, si scagliava con violenza inaudita contro un senzatetto con l’impermeabile.

Raffiche di calci e pugni furono menate così furiose che l’uomo con l’impermeabile era un burattino disarticolato sbatacchiato in tutte le direzioni.
Questa furia andò avanti senza accenno a smorzarsi. Andò avanti per minuti, forse per quarti d’ora, forse per un’ora, Luigi Sacconi non seppe bene dire.

I tentativi del senzatetto di difendersi erano tanto ciechi e inefficaci da sembrare i movimenti di un burattino a cui un ubriaco sta tirano i fili.

Finalmente il burattino smise di dimenarsi, cadde come un sasso al suolo, privo di sensi, ma questo non frenò la rabbia di Calogero Schifosetti. Continuò a picchiare il corpo inerme e a picchiare forte, se possibile più forte di prima. Il marciapiede era ora un lago di sangue e lividume.

Luigi Sacconi, dall’altro lato della strada, assistette all’intera scena immobile, pietrificato da tanta brutalità. Quando realizzò di dover fare qualcosa, l’impellenza lo attanagliò e fu preso dal panico. Di primo acchito pensò di chiamare la polizia o i soccorsi ma poi decise che non c’era tempo da perdere.

Luigi Sacconi, Don Luigi, detto anche Don Gigi, tirò un respiro profondo, si inginocchiò e, giunte che ebbe le mani, prese a pregare con intensità e devozione. Pregò per l’anima di quel senzatetto, pregò che potesse finalmente trovare pace nell’alto dei cieli. Poi, iniziò a pregare anche per quell’altro uomo violento, pregò affinché si pentisse e fosse redento.

Andrà tutto bene.

dio

Quando Dio gli apparve era poco più che un bambino. Dio gli apparve che aveva la forma di un animale. Aveva il muso lungo, i denti aguzzi, gli occhi due fessure scintillanti che gli incutevano paura. Quando Dio gli apparve lui ebbe la certezza che quell’animale fosse Dio. Andava a catechismo e le maestre gli avevano insegnato ad avere fede. Così, quando Dio gli apparve lui ebbe fede e si sentì piccolo al cospetto di quell’animale così grande. Giurò a sé stesso che non lo avrebbe mai detto a nessuno, non avrebbe mai detto a nessuno di aver visto Dio.

All’età di 30 anni prese i voti, la sua fede in quegli anni  era cresciuta, alimentata dal ricordo dell’apparizione avuta da bambino. Nel suo petto nutriva ancora vivido quel segreto, ne aveva cura come un giardiniere il suo giardino. Viveva la vita con gioia e gratitudine, teneva la messa con un entusiasmo che attirava copiosi i fedeli. Quando era da solo, si trovava spesso a guardare la figura di Cristo in croce. Il Cristo esercitava un fascino magnetico su di lui tanto che finì col convincersi di essere lui stesso, proprio lui, il Cristo reincarnato.

Una domenica d’aprile, passeggiando in paese e recitando il rosario, all’angolo del giornalaio, un cartellone pubblicitario attirò la sua attenzione.
Con grande stupore notò che sul cartellone vi era raffigurato, insieme ad altri animali, anche Dio, il suo dio, l’animale che gli era apparso da bambino.

Stava lì, nell’angolo in basso a sinistra del cartellone.
Era uno dei tanti animali raffigurati, tutti glabri ma dall’aspetto feroce, facevano pubblicità ad uno shampoo per calvi.

Il suo segreto, il segreto che aveva a lungo gelosamente custodito, stava ora lì, oltraggiato, spiattellato come fosse senza valore davanti agli occhi di tutti.

Dopo un momento di rabbia e furore, il prete si ricompose e tornò in sé. Alla mente gli affiorarono ricordi che aveva in parte rimosso e in parte mistificato, realizzò che dio non era mai stato Dio ma era stato sempre e solo una fantasticheria di lui bambino.

La patina che circondava gli occhi del prete si ruppe in mille lacrime silenziose.

La giostra che gira quando nessuno la guarda.

Gente1: “la Giostra? Sì, sta lì ma non funziona, non ha mai funzionato.”

Gente 2: “non so perché non la smantellino, e lì da tempo, forse più di un secolo. Mio nonno mi ha raccontato che c’era anche quando lui era piccolo. E non funziona già allora.”

Gente3: “non funziona, è vero, eppure guarda come si mantiene bene. Non c’è nessuno che fa manutenzione eh, eppure va’ che metallo lucido, tocca gli ingranaggi, sono sempre caldi come avessero appena smesso di ingranarsi a vicenda. Questo fatto è un mistero.”

Gente4: “un mistero? Bah, forse. In fondo non importa a nessuno qui. A chi può importare di una giostra? Forse a un bambino, e di una giostra che non funziona? Neanche a un bambino!”

Gente5: “son sicuro, nessuno c’ha mai fatto un giro, su quella Giostra, non ha mai funzionato perbacco!”

Gente5 si sbagliava.

Luigino, l’ipovedente del Paese, quando divenne completamente non-vedente da stanziale e pigro come era, uscì di casa e prese a vagabondare senza meta.
Era mosso dal rifiuto per la propria ormai completa cecità. Notte o giorno, giorno o notte, sempre andava, cieco, sui suoi piedi.
Ruzzolava e inciampava in ogni dove. Si feriva continuamente e continuamente rischiava la vita.

Nei suoi vagabondaggi capitò diverse volte nei pressi della Giostra e la Giostra, non sentendosi guardata, funzionava, anche se ci stava Luigino lì.
Luigino, senza rendersene conto, aveva fatto diverse corse su della Giostra!

La Giostra girava non accorgendosi di Luigino, Luigino girava insieme alla Giostra non accorgendosi che sotto al suo culo qualcosa stava muovendolo.

Gente1, Gente2, Gente3, Gente4, Gente5 e altra Gente continuarono a credere che la giostra non funzionava, e Luigino pure.

Masticare

Un pezzo di hamburger, un boccone. Se lo mise in bocca e cominciò a masticarlo. E non smise. Masticò la carne ma tra la carne ci stava la plastica, polietilene e PVC perlopiù. Masticò per anni la stessa plastica che non riusciva a sminuzzare e a mandare giù. Dimenticò di star masticando, pur continuando a masticare. A furia di masticare si consumò i denti, si infiammò il trigemino, e soffrì di emicree, emise ettolitri di saliva ogni giorno, sputazzava in giro saliva dal sapore di plastica, i succhi gastrici le procurarono ulcere e poi l’ernia iatale che le faceva ruttare acido. Neanche di notte smetteva di masticare, ché la plastica stava sempre lì, e doveva masticarla, c’aveva il bruxismo.
Era felice però di masticare. Guardava i TG e pensava che almeno lei c’aveva di che masticare.

Quando, successe, le andò di traverso ciò che stava masticando, credette di soffocare, ma non soffocò, riuscì invece ad inghiottire finalmente la plastica.
Non ebbe più nulla da masticare, smise così di masticare. Pensò subito che doveva trovare qualcos’altro da masticare, che non doveva farsi vedere in giro così, senza masticare. Pensò che fosse difficile trovare qualcosa da masticare che fosse durevole come la plastica che fino ad allora aveva masticato. Aspettò quindi di andare in bagno, andò di corpo e fu felice di tornare a masticare la stessa plastica che fino ad allora aveva masticato.