Il picchio, il micio e il ciliegio

Non potendo capire la gravità dell’essere in vita il piccolo picchio si trastullava beato su quell’albero di ciliegio.
Un gatto di passaggio lo notò di sfuggita e gli balenò in testa la malsana idea di farci amicizia.
Così con gli artigli aguzzi non tardò a chiedere posto anche lui su quel ciliegio.
L’albero però, interdetto da tanti ospiti inattesi, si indispettì alquanto.

I suoi rami così mosse svelto contro i malcapitati che con un balzo si videro catapultati dall’altro lato del giardino.
Povero micio, e povero picchio.
La malasorte li aveva colpiti insieme. E così, uniti dalla stessa sventura, finalmente fecero conoscenza.

Perdinci che bel pelo che hai tu, Oh gatto, come mi piacerebbe averlo anche io. E invece son costretto a batter tutto il dì contro quel duro legno.
Tantè che alla sera torno a casa tramortito e i miei figli non ho neanche il tempo e la voglia di accudire.

Taci te, audace picchio, che la mia vita poi non è così tanto lieta. Proprio ieri il mio padrone ha deciso che è giunta l’ora di chiudermi bottega e mi porterà presto in quel posto buio dove tra lame e fili tremerò di terrore.

Ma non disperate amici miei!
…una voce da lontano disse.
Era il ciliegio, che dopo l’affronto subito e la rivalsa, si era pentito del gesto avventato e voleva attaccare discorso.
Voi lamentate cose ben lievi a confronto mio e della mia malasorte.
Non immaginate neanche lontanamente tutto quello che ogni anno io debba subire.

Tutto il dì punzecchiato continuamente dagli uccellini ingordi che aspirano alle mie dolci ciliegie.
Tutti figli miei, i cari frutti che mi vedo estirpare e portare via, e mi piange il cuore.
Persino tu, Oh picchio, che scavi la mia corteccia mi fai danno ben poco a confronto.
E anche tu, Oh gatto, coi tuoi artigli, niente sono, e quasi non ne risente il mio legno.

E allora picchio e gatto s’alzarono d’innanzi all’albero sventurato offrendogli in dono quel che di prezioso avevano e più caro.
Il gatto gli porse un baffo vibrissa e il picchio una piuma del suo portamento.
L’albero senza indugio alcuno accettò di buon grado i doni suddetti e con bell’astuzia li impiegò per far pace coi tordi.
Il pelo dritto a mo’ di antenna su in cima le fronde, la piuma verde da bandiera nell’asta del pelo.
Così che li uccelli, riconoscendo nell’albero indizio di picchio che non vuol disturbo e fiutando nell’aria d’attorno felino in agguato, tiran d’innanzi e non soffermandosi tanto.

Così questa storia finisce ben lieta, col gatto e col picchio a tornar a lor case, com loro natura. E l’albero infine gioire di vita.

Così anch’io vi dico che anche chi appare d’aspetto diverso dal vostro, fors’anche un po’ strano, non aver paura a porger parola.
Voi altri pensate che bella sorpresa a scoprire che l’altro capisce il dialetto e vi arreca supporto.

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