Nebbia

Fuori dalla finestra, vedo l’erba e le siepi e qualcuno che fa i complimenti per fare un altro passo, giù da un balcone.
Dentro la finestra c’è la nebbia che è entrata da fuori.

Di posti così ne trovi veramente pochi perché quasi nessuno sa come far entrare l’umidità.
“Sei umido”, mi dicevano, ma erano loro che erano troppo secchi, in testa li portavano, i secchi, e se ne andavano in giro così, senza veder nulla.

Il nero qui da me è soltanto dentro, finché non accendo la luce, poi diventa grigio.
Il sole fuori colora i gigli e le piante
dei piedi conficcate nel terreno
molle, come un ventre che accoglie un figlio
illegittimo.

Mi muovo con questa consapevolezza mentre la nebbia entra e io la lascio entrare.
Di fuori, gli scoiattoli saltano i fossi, per il lungo e,
mentre una libellula cerca di accoppiarsi con un libellulo, io accoppo un’idea per farne la biopsia e decidere poi che era cattiva idea.

La nebbia, qui, è ora fitta, con un grissino ne taglio un po’ per assaggiarla, sa di nuvole.
Entro in una nuvola, mi bagno,
nel bagno le mattonelle lisce di ceramica diventano scivolose,
scivolo e mi diverto,
cado,
dalle nuvole
in terra,
e sono di nuovo
asciutta.

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In macchina, ricordavo di quella sera

Vi conobbi e subito vi riconobbi.
Portavate la fiamma della passione negli occhi, alimentata da pulsioni, implicite ed evidenti, condivise tra tutti i membri del vostro gruppo: un branco che fondava le sue radici sull’anarchia, la strafottenza e l’anticonformismo.
Incarnavate la pateticità di pesci rossi tra migliaia di altri pesci rossi che si dimenano e battono le pinne rifiutandosi di nuotare, pretendendo, al posto, di far credere di saper volare.
Vi ho capiti subito; in un altro momento forse avrei fatto altrimenti, ma lì per lì non ho voluto assecondare le vostre fisse, né fomentarle più di quanto stavate facendo voi, vicendevolmente l’un con l’altro.
Così, da finta ingenua, vi ho proposto una originale interpretazione di chi voi foste, o almeno sembravate a me essere, ma per finta. Di proposito, ho suggerito una prospettiva assai avvilente ma lecita.
L’avete accolta con curiosità, simulata, e poi ci avete ricamato sopra un bel po’ di fantasticherie per sembrare più convincenti nel vostro finto provar interesse.
La verità è che vi avevo offerta una montatura dietro la quale nascondervi, vergognosi di rivelare voi stessi, per paura di venir derisi o sembrare non all’altezza di come vi eravate inventati.
Ho finto di non capirvi, di mal interpretarvi, e voi mi avete assecondata per il timore del giudizio di chi, vi è sembrato, poteva avere occhi diversi, gli occhi di chi proviene da un altro mondo, estraneo al vostro.
Forse, chessò, avete immaginato di un posto dove non ci fosse bisogno di cercare approvazione, dove non ci fosse necessità di sentirsi parte di una comunità, e identificarsi in essa per non essere soverchiati dal nulla che sta tutt’intorno.
La verità è che siamo tutti essere umani e io, pur non essendo dei vostri, vi ho capiti benissimo.


La casa

La casa si trovava in cima al più alto grattacielo di Nuova Nova. Ci andai una mattina di settembre, presi l’ascensore e salii su, su fino all’ultimo piano, il quarto piano, e da lì ancora più su. Mi arrampicai dall’esterno dell’edificio con la forza dei soli avambracci che misi a mo’ di ventosa, per aderire alle vetrate a specchio della facciata.
Scoprii solo poi che c’erano le scale.

Giunsi così sin sul tetto. Il tetto era una terrazza in cui nessuno doveva aver messo piede da tre giorni a quella parte, almeno, da come era conciata!
Lassù, erano cresciute piante di ogni genere: rampicanti, rododendri, eucalipti, ninfee, un pero e vidi anche un giovane baobab.

Scimmie antropomorfe, evolutesi dagli uomini, che avevano mantenuto la capacità di parola, si divertivano a scorrazzare tra i banani in fiore. Parlavano continuamente tra loro e presero presto a parlare anche a me. Ma io sapevo non dovevo dar loro ascolto allo stesso modo di Ulisse colle sirene.

Ero nel posto giusto, proprio al centro di quella foresta vergine stava la casa che aspettava solo di essere violata da me. Così, trepidante, provvisto di una torcia frontale, un lanciafiamme e di una sega elettrica, mi aprii un cammino attraverso quella giungla.
Tanto ero preso a menare segate a destra e a manca, tra serpenti, panda e bambù, che mi accorsi di essere arrivato solo quando il mio strumento cozzó violentemente contro qualcosa di duro. Era lei, finalmente, la casa.

La facciata dell’edificio, completamente ricoperta di ambrosia e gelsomino, mi appariva vetusta e solenne come un papa bardato a festa; ci girai attorno e trovai la porta d’ingresso. Non dovetti forzarla, si spalancò da sola appena mi avvicinai. Forse fu magia, forse una fotocellula. Entrai.

Vidi ciò che vidi, feci ciò che feci, non tornai mai più indietro. Lì dentro si ballava il bunga bunga, si suonavano tutti gli strumenti del mondo, e nel pavimento ci si poteva anche nuotare.

Mi è sembrato di vedere un cilindro

Mi è sembrato di vedere un cilindro, il cappello, quello dei maghi da cui saltan fuori conigli.
L’ho visto mentre stavo guidando, pioveva, ho svoltato ad un semaforo, il cilindro era in terra, ai bordi della carreggiata.
Ho pensato: “che bello, c’è un mago in città”.
Guardando meglio, il cilindro non c’era più, al suo posto uno scolo dell’acqua.
C’è un mago in città, trasforma cappelli in scoli dell’acqua.

Una storia.

Una paura nacque nel neonato, si insinuò come un tarlo nella sua materia cerebrale e modellò le sue sinapsi in modo che non ebbe più pace: la paura della morte.

La morte divenne un pensiero fisso, angoscioso, fobia atavica e viscerale di qualcosa di tremendo e ineluttabile.

Sulla sua culla, al posto del carillon, una spada di Damocle incombeva, e il neonato non poteva fare a meno di tenerla d’occhio, notte e giorno, non aveva pace e piangeva.

Piangeva e piangeva, un pianto straziante, senza tregua, inconsolabile. I genitori, disperati, all’oscuro dal pediatra, tentarono di placarlo aggiungendo al biberon fiori di Bach, poi morfina, e infine eroina, ma tutto fu vano.

Crescendo, il neonato, non più neonato, smise di piangere.
Divenne silenzioso, non parlava se non, a volte, quando interrogato. Dentro sé ponderava incessantemente, mirava a trovare una soluzione alla morte.

A 7 anni guardava i cartoni animati ma la sua fobia non aveva smesso di attanagliarlo. Prese a pregare, pregava di divenire immortale, pregava Spiderman.
Più avanti frequentò il catechismo e allora sostituì Spiderman con Dio. Pregava Dio.

Crebbe in fretta, all’età di 16 anni era un ragazzone di 1 metro e 60cm. A scuola studiava tutte le materie che si studiano a scuola, così Dio perse l’esclusiva e le sue preghiere iniziarono ad essere rivolte, a turno, a dinosauri, faraoni, Allah, Budda, Gandhi, Zeus ed Apollo, Grande Fratello, Steve Jobs, DNA ed extraterestri.

Pregava ogni giorno così tanto e così intensamente che alla fine, qualcuno di quelli, forse preso dall’esasperazione, lo accontentò: divenne immortale.

Il miracolo avvenne il giorno del suo 33esimo compleanno, quel giorno fu così euforico che, per festeggiare, si lanciò 7 volte dal 33esimo piano del suo palazzo, annegò 3 volte nella vasca da bagno e fece bungee jumping con la corda legata attorno al collo, sempre dal suo altissimo palazzo.
Non morì affatto, neanche una volta, anzi, si sentì vitalissimo.

Tutto questo entusiasmo, tuttavia, era destinato a scemare: il dono dell’immortalità portò con sé risvolti poco graditi al neonato 33enne.

Non aveva più bisogno di mangiare, tuttavia, nonostante si ingozzasse, aveva sempre fame, una fame insaziabile e tremenda. Il suo stomaco era un buco nero in grado di risucchiare tutto eppur rimaner tremendamente sempre vuoto ed ingordo.

Non andava al bagno, né urinava né defecava, né ingrassava né dimagriva, né invecchiava né ringiovaniva, era un fermo immagine di se stesso il giorno del suo 33esimo compleanno.
Addirittura, se si radeva la barba, quella ricresceva istantaneamente alla stessa lunghezza di prima.

La cosa più tremenda tra tutte, però, era l’aver perso la capacità di addormentarsi.
Non dormiva.
Mai.
Le notti le passava a cercare di distrarsi dalla noia: PlayStation, Netflix, YouPorn, docce fredde, docce calde, lunghe passeggiate, brevi biciclettate, rigorosamente senza luci, se una macchina lo investiva aveva vinto. Era un gioco.

Un gioco è bello, però, quando dura poco, e a lungo andare la noia prevalse, qualsiasi attività prese ad annoiarlo più di quanto lo annoiasse il non far nulla. Fu così che riprese a fare quello a cui era più avvezzo. Riprese a pregare.

Pregava, pregava di riavere la sua mortalità, ma aveva smesso di essere credibile, nessuno lo ascoltò, neppure Spiderman.