Ermene Gildo

Gesticolava imperterrito e aveva una parlantina loquace che nessuno poteva calmare neanche per un secondo.

Ermene Gildo era il suo nome. 

I suoi colleghi a lavoro lo trovavano strano, fuori da lavoro era bizzarro, così strambo che non faceva nulla per fare agli altri cambiare opinione. Gesticolava e parlava. Parlava di cose incomprensibili, continuamente mormorava tra sé, rannicchiato in sé stesso; e aveva quella sua chioma viola, così inusuale, che seguiva il ritmo degli strambi pensieri e nessuno avrebbe potuto intuire tutto quello che era in Ermene Gildo; il suo mondo era fatto di spirali e di ritmo incessante che non si placava neanche la notte. Si muoveva continuamente Ermene Gildo, agitava la sua capa e ballava dentro sé un ritmo che solo lui sapeva. Un mistero vivente era Ermene Gildo.

Sabato

È sabato. È una bella giornata fuori. Siedo in salotto. Sprofondata nel mio puof sto leggendo Tesson che ha scelto di fare l’eremita in Siberia, nel mentre respiro fumo passivo che entra dalla finestra aperta. La signora del piano di sotto sta fumando al balcone. Tesson scrive che la sera per lui è il momento peggiore, che è travolto dai pensieri e da demoni che soffoca nella vodka. Ha scelto di passare sei mesi in solitudine in una capanna nei boschi in Siberia, per questo si sente un vile che ha paura del mondo, ridicolo, auto recluso, un codardo e io penso che quello che sente mi è familiare. Mi sono sentita come lui, in una circostanza in particolare. Mi scendono lacrime di compassione sulle guance e poi penso che era da molto che non trovavo il tempo per piangere.

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Sta succedendo una cosa, nel grande circo in cui viviamo, i Clown a cui eravamo abituati si sono auto-fagocitati e han introflesso la pelle ed esposto le budella, han tutte le interiora di fuori! Guardateli bene! Budella che colano merda e succhi gastrici. Oggigiorno non ci si stupisce, i vecchi numeri da circo, gli acrobati, gli elefanti, i nasi rossi, non intrattengono più, va ora di moda il grottesco, sempre più grottesco, ma non te ne accorgi, perché il circo confonde la vista ed è tutto sempre giusto, onesto, probo, spassionato, vantaggioso, appropriato, necessario, moralmente integro, vero, preciso, balsamico, legittimo, doveroso, ragionevole, dabbene, accurato, benefico

Come Messner

Ciondolava come un ubriaco o, meglio, come un alpinista a 8000mt di quota senza bombola d’ossigeno. Luigino stava compiendo un’impresa. Ogni passo gli costava concentrazione, avrebbe potuto collassare in qualunque momento. Sulla strada che portava dall’abitazione di sua zia Cettina alla bottega del paese nessuno avrebbe immaginato Luigino stesse compiendo quell’epica scalata. Come Bonatti sul K2 o Messner sul Nanga Parbat, Luigino incedeva lento, incerto ma implacabile, determinato a raggiungere la sua vetta.

Di fianco a lui camminava il cugino, ma era come se fosse distante 10.000 anni luce. Mille altre volte aveva percorso quella strada ma questa volta era diverso.

“Luigino, come minchia cammini? Hai bevuto?” Gli domandò il cugino vedendolo sbandare. Al che Luigino non poté trattenersi, scoppiò in una risata incontrollabile e violenta dettata probabilmente dall’ebrezza della quota e dalle endorfine che il suo corpo stava producendo per placare il dolore. Col fisico scosso ora dal riso, ora da brividi di freddo che gli arrivano sin dentro alle ossa, Luigino contò gli ultimi metri, 100mt….80mt….50mt.

In bottega il cugino ordinò del pane mentre Luigino si lasciava cadere lì di fianco, su di una sedia. Finalmente poteva smettere di combattere. Era arrivato. Lasciò che la stanchezza lo sopraffacesse. Con le gambe a pezzi e ogni osso del corpo dolorante, la faccia gli avvampò.

“Oh Luigino caro, ma che c’hai, che sei tutto rosso? Vuoi vedere che ti sei pigliato anche tu l’influenza? Quest’anno è brutta!” E così dicendo Concetta, la bottegaia, entrò svelta nel retrobottega. Tornò da Luigino con un termometro a mercurrio che gli infilò sotto l’ascella e, mentre la temperatura saliva sino a 39.1, Luigino non poté fare a meno di togliersi un sorriso ebete dalla bocca fissando trasognato il vuoto davanti a sé.

Essere ciliegio

C’era una volta un piccolo germoglio. Guardava attorno a sé gli altri alberi più grandi, la quercia nodosa, il pino pungente, il composto cipresso, ma più di tutti guardava al ciliegio. Ammirava il ciliegio, voleva essere ciliegio anche lui.

Il piccolo germoglio crebbe e divenne alberello e maturò frutti tondi e succosi, di color amarena. Divenne finalmente anche lui ciliegio e fu il ciliegio più bello e robusto di tutti. Visse nei secoli al massimo della ciliegitudine e oggi è il ciliegio più grande d’Italia.

Ogni giorno intorno a lui si radunano coppiette amoreggianti, famiglie felici imbastiscono picnic sotto i suoi rami. Ciononostante il povero ciliegio come mai prima soffre la solitudine ed è triste, nonostante i fiori, nonostante i frutti.

Ieri notte siamo andati a tenergli compagnia, lui nella sua solitudine a malapena ci ha percepiti, noi nella nostra solitudine a malapena l’abbiamo visto nel buio.

La Tina

La Tina in tre anni con indosso la mascherina aveva dato libero sfogo alla sua mimica facciale. Sotto quel pezzo di stoffa v’erano smorfie, pernacchie, digrigni, che tanto nessuno vedeva. Ogni stato d’animo lo esternava sotto la mascherina. Parolacce col labiale, bestemmie ed altre imprecazioni soffocate. La bocca e le guance ormai non le controllava più.

Si sfogava così, la Tina, e si sentiva bene, tanto bene che non ebbe più bisogno degli inibitori di pompa protonica per la gastrite cronica. Divenne una persona all’apparenza molto affabile, la più affabile che io conosca.
La Tina!? Un tesoro! Mentre sotto la mascherina via di imprecazioni e parolacce e kittem0rt.

Quando le mascherine furono messe al bando, perché troppo inquinanti e perché ormai l’emergenza pandemica era passata, rimase solo la guerra e la Tina cadde in crisi, una crisi profonda, non risolvibile. Non seppe infatti più controllare l’espressione di metà volto e la bocca continuò a far smorfie.

Era un problema, la gente si indignava a quelle smorfie, s’offendeva e non capiva la povera Tina in balia di quello scherzo. Fu così che tutti gli amici si allontanarono, come anche i conoscenti e i parenti, anche quelli serpenti. Credevano che mancasse loro di rispetto.
“La Tina s’è bevuta il cervello”, dicevano.
“Che ha? Ora ci disprezza!!!”.
“Pfff, non voglio più avere a che fare con lei!!!”.

Disperata, così, la Tina decise di ricorrere alla misura estrema. Punture di botulino self-made per bloccare i muscoli facciali ed iniezioni siliconizzanti, per domarli come si doma un cavallo imbizzarrito. Tina, la nuova Tina, era tutta un guance di marmo, labbra a canotto, espressione neutra come una Barbie.

Tina iniziò così una nuova vita, entrò in nuovi giri, si fece nuovi amici, la maggior parte dei quali anche loro con labbra a canotto e ritocchini di qui e di lì. Ma Tina andava fiera che nessuno avesse labbra tanto gonfie quanto le sue. Chissà se anche loro avevano da nascondere un segreto come la Tina.

Dichiarazione d’amore

Vorrei prenderti tra le braccia, con delicatezza e tenerezza, lentamente, perché con me non devi temere niente, io ti capisco.

E vorrei stringerti, prima piano, poi più forte, poi tanto forte da sentirti tutto. Vorrei sentirti profondamente dentro me. Vorrei gioire delle tue gioie, patire i tuoi patimenti, respirare il tuo respiro e consolarti di tutto, perché io ti capisco.

Vorrei fondermi con te così che non servano più le parole.

Vorrei tutto questo eppure, pazzesco, mi comporto come se volessi tutto il contrario.

Andai in guerra

Andai in guerra anche se non era la mia guerra.

Ci andai per sperimentare. Ci andai per comprendere.
Mi tuffai nel più nero odio e disperato strazio, nella più genuina benevolenza e pura compassione, nel sentire più vero e profondo.

Andai in guerra per non vivacchiare nel tiepidume confortante, nel sospetto e nel non-detto, per non vivere la ferocia sublimata nel conveniente.

Mi cimentai nelle peggiori efferatezze, nelle più empie barbarie ma anche nel più sentito amore e attaccamento alla vita.

Fui la donna stuprata dall’ufficiale e al tempo stesso fui l’ufficiale che stupró.

Fui il bambino trucidato dal gendarme e fui il gendarme che sparó.

Fui la madre che pianse infinite lacrime calde sul freddo corpo del suo bambino.

Sino in fondo, tutto volevo sentire, tutto cercare di comprendere.

Andai in guerra perché era anche la mia guerra.

Un cane

Un cane scavava, scavava sulla superficie e continuava a scavare.

Scavava e scavava, sotto la superficie trovava altra superficie e lui continuava a scavare. Passò molto tempo, che lui ancora scavava, c’era ancora superficie da scavare. La fossa scavata era ormai profonda più di millemila unità.

Capitò un giorno che la superficie già scavata era così tanta che dal grande peso collassó. Collassó sopra al povero cane che non poté salvarsi in alcun modo, morì soffocato.

Il suo corpo si decompose in millemila pezzettini e quei pezzettini penetrarono a fondo, cosí a fondo che riuscirono finalmente ad arrivare oltre la superficie, ma il cane non fu più cane per accorgersene.