Scritto nel 2015

Il cielo sopra la tua testa, il terreno sotto i tuoi piedi, nulla è stravolto.
L’aria ha un odore che ti aspetti,
le delusioni le conosci, le gioie anche,
non attendi sorpresa, il velo di Maya è stato svelato.

Mano a mano tutto acquisisce lo stesso sapore,
il rumore di fondo si fa sentire, monotono.
E impari a svincolarti dai sensi.

Come un osservatore osserverebbe la vita di un animale in gabbia,
tu osservi la tua.
Conquiste e sconfitte, paura, dolore, gioia ed esaltazione, li osservi passare,
ieratico e inamovibile, nell’accettazione del tuo essere quel che sei.

L’impalpabile intuizione della trama che sostiene la vita.

C’era una volta un uomo che amava il mare

C’era una volta un uomo che amava il mare e ci andava ogni volta che poteva, ogni volta che poteva non tanto per dire ma per davvero! Quasi tutti i giorni andava al mare nonostante gli costasse due ore di viaggio ad andare e due a tornare.

Sedeva e guardava il mare, ipnotizzato, per ore. Non lo distraevano i bagnanti chiassosi ad agosto né le grida dei pescivendoli quando era tempo di mercato.
Chissà che pensava Gigi quando guardava il mare, la gente se lo chiedeva e un po’ lo invidiava perché Gigi sembrava aver trovato la pace in quella distesa d’acqua salata.
….

La vita scorre frenetica fuori in strada. Dentro casa tutto è placido, Gigi siede, lemme, guarda la TV. Sono ormai mesi che non va al mare. Ha scoperto la comodità di avere il mare a portata di click, sulla sua nuova super TV Lg oled 5K HD 72″, del mare può vedere persino le sfumature più nascoste.
“Questa TV è come magia”, pensa.
Le tende sono tirate, c’è buio nella stanza, Gigi siede da ore, contempla lo schermo, in adorazione. Ha la schiena un bagno di sudore sulla poltrona in ecopelle, ma è concentrato e non ci bada.

Gli anni passano. Gigi è sempre davanti la TV. I suoi occhi sono diventati miopi, l’occhio sinistro ha una leggera cataratta, sembra l’occhio di un pesce morto.

La vita al di là dei 50cm gli appare sfocata.

Quando Gigi il giorno del suo compleanno tornerà al mare, dopo 10 anni di assenza, vedrà solo una macchia blu informe e confusa e, brontolando, lamentandosi delle due ore di viaggio, se ne tornerà, annoiato, alla sua TV Lg oled 5k HD da 72 pollici.

Stanca

Piango. Forse perché sono stanca. Stanca di affermare ciò che ho scelto di essere nel mondo. Ciò richiede molte energie e a volte mi sembra di violentarmi e violentare.

Domenica parto. Faccio un viaggio, lontanissimo. Ci sto per un po’.

Sarò libera di morire e morirò. Morirò forse più di una volta. Me lo auguro.

Se mi incontrerai in questo tempo son sicura che ci capiremo.

Io avrò abbandonato le resistenze, in me ti potrai riconoscere e specchiare.

.

A volte mi sento molto sola quando non sono sola. Non vedo l’ora di poter stare un po’ da sola.

Viaggiare

Aveva viaggiato a lungo ed era stato così profondamente lontano da sé che non aveva potuto poi fare ritorno.

Era stato il geko sul muretto, la brina del mattino, il silenzio della sera, il sasso sul sentiero.

Aveva respirato a fondo ogni cosa ed ora non era più lui. Non era più Alberto Cazzaniga, figlio della stimata Signora Maria e dell’illustre Avvocato Cazzaniga.

“Ho lasciato andare tutto. non stringo più niente”. Mi confessò un giorno.

“Sei felice?”. Gli chiesi.

“Son felice se tu sei felice”. Rispose.

Coccodrilli Lilli

La siepe era fatta da resti umani e ogni anno veniva ampotata. Dai vecchi rami di braccia e gambe ricrescevano arti giovani e torniti, guance rosee e ginocchia dalle cartilagini ben lubrificate. In primavera la siepe era un tripudio di colori, unghie smaltate, capelli colorati, iridi verdi e blu.

La siepe cresceva tutt’intorno la circonferenza della Terra, ottordici metri icosaedrici, e si estendeva per una distanza imprecisata in altezza, forse arrivando a toccare altri pianeti, stelle o satelliti. Mani su gomiti, gomiti su teste, cosce, pubi e mammelle, un intreccio che formava un muro rosa che oscurava il cielo.

Ogni anno un giardiniere andava a potarla.
Il giardiniere era un coccodrillo che si chiamava Lillo. Aveva denti aguzzi come spade di samurai e succhi gastrici acidissimi. Tagliava la siepe a morsi, con voracità e passione. La sua bocca era così larga che con un solo boccone arrivava a potare per l’intera circonferenza terrestre. Quella bocca ospitava un numero di denti indefinito. I bambini a scuola imparavano che zero fratto zero è uguale al numero di denti del giardiniere.

Negli anni, la siepe divenne sempre più rigogliosa e feconda. Cresceva ad un ritmo così veloce che fu necessario assumere altri sei coccodrilli Lilli per contenere l’avanzata di tutti quei rami umani. In altezza tuttavia nessuno poteva arrivare a potarla, chissà quindi quali spazi cosmici siderali aveva raggiunto e con quali galassie e civiltà aliene era venuta a contatto.

Passarono gli anni e la velocità di crescita di quell’insolita vegetazione non accennò a diminuire, anzi! Non esistevano più stagioni, estate, primavera, autunno o inverno, la siepe cresceva sempre, ad un ritmo frenetico. Fu così che la stragrande maggioranza degli abitanti della Terra fu convertita a coccodrilli Lilli. Questi lavoravano incessantemente, ogni ora del giorno e anche della notte, facevano tre turni da otto ore ciascuno, per riposare le mascelle.

Tuttavia questi sforzi non furono sufficienti a compensare l’avanzata della siepe, ormai inarrestabile. Braccia e gambe, piedi e mani, bocche e orecchie riempirono la quotidianità di ogni abitante della Terra, ve ne era traccia in ogni angolo, in ogni pertugio, persino nelle case e dentro ai letti. La siepe aveva colonizzato ogni luogo, anche solo per un’unghia o per un pelo pubico, non esisteva al mondo posto che non ne fosse toccato.

Man mano che la siepe si espandeva, la luce sulla Terra andò affievolendosi. Il cielo infatti era oscurato da una cappa di carne che continuava a crescere e a crescere, creando un tetto sul mondo. Pian piano i giorni si accorciarono, divennero sempre più brevi sino a quando fu notte perpetua. Il pianeta piombò nel buio quasi assoluto. Come conseguenza di ciò i coccodrilli Lilli, già miopi per loro genetica, divennero ipovedenti. Tiravano morsi alla cieca e capitava spesso che si mordessero a vicenda, amputandosi le code o tranciandosi di netto le zampe.

A causa della loro quasi completa cecità i coccodrilli Lilli non si accorsero di nulla quando avvenne la catastrofe. La massa spropositata di carne, che incombeva da tempo sulle teste di tutti, finalmente cedette alla gravità. D’un colpo venne giù e piombò gravosamente al suolo, con una violenza tale da sconquassare il pianeta e far deviare la sua orbita di circa 50cm.

In pochi secondi gli abitanti delle Terra morirono schiacciati dal peso di quei resti umani. Con loro appassì anche la siepe o forse la siepe non era mai esistita.

Il vaccino

Stamattina ho fatto la prima dose vaccino Pfizer.

Sapendo di doverlo fare, sabato sera chiedo ad un amico di darmi un pugno sul braccio dx, gli indico bene dove tirare il pugno, gli dico che è importante, di tirare forte.

Il giorno dopo mi guardo allo specchio, sul braccio ho un ematoma, sono soddisfatta. Quel livido sarà il bersaglio dell’ago del vaccino!

Stamattina, in sede di vaccinazione, l’infermiera mi dice di scoprire un braccio.
Sono indecisa, il livido mi fa male. Penso che forse è meglio non infierire, così scopro l’altro braccio, il sx.

La puntura neanche la sento.
A distanza di qualche ora, il braccio vaccinato mi duole nel punto dell’ago. Duole come avessi un ematoma.

Mi fanno male entrambe le braccia, alla stessa maniera.

Bianco

Stavo a camminare in quella landa desolata che in giro si diceva che sarei morto, che c’avevo la testa bacata dai vermi. Stavo a camminare e non mi sembrava vero che c’era tutta quella pochezza di cose in quel posto. Era entusiasmante, per quanto camminavo non ci stava proprio niente. Solo la terra, la neve, qualche albero spoglio e qualche cane randagio. Praticamente ci stavo solo io, riempivo tutto lo spazio.

Ingrassai 20kg prima di intraprendere quel viaggio e ci stetti un mese in viaggio, forse più. Senza mangiare e a bever la neve e la pioggia. Al mattino, mi lavavo la faccia e le ascelle con la neve. E poi camminavo seguendo sempre il Sud, con l’aria fresca delle prime ore del giorno e il debole sole in fronte nel pomeriggio.
Stavo bene.
La sera m’accampavo nella landa e dormivo coi cani che mi tenevano al caldo. C’erano due cani che da quando li avevo incontrati m’accompagnavano sempre. Cip e Ciop li avevo chiamati.
La fame non era un problema, dopo i primi due giorni che il mio stomaco voleva cibo, poi non si fece più sentire. Dosavo le energie ed ero sereno. Cip e Ciop andavano a caccia e mi portavano talpe e scoiattoli morti. Per non offenderli, accettavo le offerte, prendevo le carcasse e facevo finta di mangiarne un po’ ma poi sputavo il boccone e davo il resto in pasto a loro.

Così feci per quaranta giorni, forse più, a camminare come un fantasma. Che poi mi si chiese perché lo feci. E non è che ad ogni domanda ci debba essere per forza una risposta. Lo feci perché sì.

Quando infine ritornai in paese, che prima o poi avevo da tornare, tutto mi sembrò così colorato che mi venne voglia di ballare, ché dopo tutti quei giorni gli occhi si erano abituati a vedere in bianco e nero e scale di grigi.
Tornai che mi stancavo a parlare e a sentire la mia voce mi sembrava di sentire la voce di un estraneo.
Tornai che ero dimagrito ed ero la metà di quando ero partito e c’avevo la barba incolta e i capelli così lunghi che mi sembravo Gesù Cristo.
Tornai che c’avevo un sorriso perenne stampato in faccia. Mi si chiese perché sorridevo, che c’avevo da essere così felice. Non è che ad ogni domanda ci debba essere per forza una risposta. Sorridevo perché sì.

23 Dicembre

Sul collo l’impronta di una mano, l’ugola fatica a deglutire mentre intorno le luci sfavillano.
La violenza di un abbraccio ostentato mi rimbomba nella testa. Volti inespressivi riflettono vetrine e il muro dell’incomprensibilità si stende pietoso. La fiducia è persa in un oceano di sorrisi posticci che violentano l’anima; mani senza occhi.
La brutalità del mondo è all’ordine del giorno, una zuppa amarissima dolcificata all’aspartame.

La doccia

…è come quando hai voglia di fare una doccia ma non hai voglia di fare quello che viene dopo la doccia.
Non hai assolutamente voglia di metterti l’accappatoio, asciugarti i capelli, metterti il deodorante, vestirti…
Così fai la doccia e poi, visto che non hai voglia di fare quelle altre cose lì, che fai?! Non le fai. Esci dalla doccia nudo e ti butti sul divano. Che poi capisci che ti dà fastidio la pelle bagnata contro il divano in pelle e i capelli fradici si appiccicano dappertutto e ti si appiccicano sulla schiena e te non li sopporti. Allora, d’impeto, ti butti sul tappeto in salotto, e per asciugarti ti ci giri e rigiri strofinandoti come un cane. Poi pensi che il tappeto è pieno di polvere e ti senti tutta la polvere addosso, e probabilmente hai addosso anche acari e altri insetti che vivono nei tappeti. E allora ti viene voglia di fare una doccia e ti fai un’altra doccia e questa volta fai anche tutte le altre cose dopo la doccia. Ti metti l’accappatoio, ti asciughi i capelli, metti il deodorante, ti vesti…

Qualcosa

Dopo tanto sudore, lotta e fatica giunsi infine in cima. Mi fermai e guardai intorno. Potevo vedere tutto e vedevo tutto.
Inaspettatamente fui invaso da un fortissimo calore, non opposi resistenza.
Mai prima di allora mi era successo di provare qualcosa di simile.
Bruciavo di energia vitale.
Pensai che se ci fosse stato qualcuno lì, sicuramente avrebbe visto tutto quel calore espandersi e irradiare da me, tanto lo sentivo potente e concreto.
Il calore era così forte che senza preavviso si trasformò in un pianto, un pianto liberatorio, che solo Dio sapeva capire. Piangevo per la troppa bellezza, piangevo per la libertà di corpo
e spirito che lì avevo raggiunto. Avrei potuto morire che non mi sarebbe importato.